Tag: Mafia

  • Mafia, confisca di beni per 9 milioni a imprenditore del Palermitano

    Mafia, confisca di beni per 9 milioni a imprenditore del Palermitano

    La Direzione Investigativa Antimafia ha dato esecuzione ad un provvedimento di confisca emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Caltanissetta, su proposta del direttore della DIA, nei confronti di Giuseppe Li Pera, 73enne imprenditore originario di Polizzi Generosa (Palermo) ma da anni residente a Caltanissetta, coinvolto nella storica inchiesta “Mafia e appalti”.

    Il provvedimento di confisca definitivo ha interessato l’intero capitale sociale ed il complesso di beni strumentali di 3 ditte e quote di partecipazioni in altre 5 società di capitali, 7 immobili, 4 autoveicoli e 22 rapporti bancari per un valore stimato pari a oltre 9 milioni di euro. Il provvedimento trae origine da una articolata e complessa attività investigativa condotta dal Centro Operativo di Caltanissetta, che ha ripercorso la carriera dell’imprenditore dalla metà degli anni ’80 ai giorni nostri, accertandone la pericolosità sociale nonché un’ascesa economico-imprenditoriale costellata da costanti e continui rapporti intrattenuti con il gotha dell’imprenditoria mafiosa.

    Le investigazioni hanno delineato un quadro d’insieme composito, caratterizzato da un complesso reticolo societario, solo apparentemente svincolato da connessioni con il mondo della criminalità organizzata, ancorché lo stesso imprenditore, già dal 2007, risultava condannato definitivamente per il reato di cui all’art. 416 bis c.p., al termine di un complesso percorso giudiziario, le cui origini risalgono al 1991, nell’ambito di una nota indagine su mafia e appalti. In tale sistema era emersa anche la figura dell’odierno proposto il quale, alla fine degli anni ’80, quale dipendente di una grossa società del nord Italia, attiva nel settore delle grandi opere, non soltanto si prodigò in favore di quella società per ottenere illeciti vantaggi in termini di aggiudicazione e gestione degli appalti in Sicilia ma, grazie alla sua vicinanza al contesto mafioso dell’epoca, ne trasse personale illecito arricchimento tramite imprese allo stesso intestate o a lui direttamente riconducibili tramite prestanomi. Un impero milionario costruito in oltre trent’anni di attività imprenditoriale e rapporti d’affari, intrattenuti anche con diversi boss mafiosi di vertice della mafia siciliana.

  • Colpo alla mafia di Palermo, beni per 1,5 milioni sequestrati a genero di boss mafioso

    Colpo alla mafia di Palermo, beni per 1,5 milioni sequestrati a genero di boss mafioso

    I carabinieri del nucleo Investigativo del comando provinciale hanno dato esecuzione a un decreto di sequestro del valore di 1,5 milioni di euro emesso dalla sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo. I beni sequestrati sono riconducibili a Giuseppe Urso, 65enne, uomo d’onore della famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù, nonché genero del boss Pietro Vernengo.

    Due condanne per associazione mafiosa e legami con la famiglia Vernengo

    Urso ha riportato due condanne irrevocabili per il reato di associazione di stampo mafioso, rispettivamente nel luglio del 2003 e nel novembre del 2022, ed in virtù del riconoscimento del vincolo della continuazione tra le due condanne, gli è stata inflitta la pena complessiva di 19 anni e sei mesi di reclusione. In particolare gli veniva contestata la sua partecipazione a molteplici incontri e riunioni finalizzati alla gestione di attività illecite, il costante collegamento con gli altri associati in libertà, il suo adoperarsi nella risoluzione delle problematiche e nelle controversie insorte fra terzi e imprenditori operanti nel territorio, nonché nel sostentamento degli affiliati detenuti.

    Le indagini patrimoniali dimostrano la provenienza illecita dei beni

    “Dalla sentenza di condanna – dicono gli inquirenti – emergevano l’appartenenza dello stesso all’associazione mafiosa, in particolare con la famiglia mafiosa di Santa Maria di Gesù e gli stretti rapporti, anche parentali, con la storica famiglia mafiosa dei Vernengo, avendo sposato Rosa Vernengo, figlia di Pietro Vernengo, storico capo di quel mandamento, scomparso nel 2023. Il quadro probatorio raccolto nell’ambito delle indagini patrimoniali, coordinate dalla Procura della Repubblica, ha consentito di dimostrare come i beni nella disponibilità di Giuseppe Urso, fossero in realtà il frutto delle sue attività illecite, così consentendo l’emissione del provvedimento di sequestro riguardante beni del valore complessivo di circa 1,5 milioni di euro”.

  • Svolta sull’omicidio di Piersanti Mattarella, svelati i nomi dei killer dopo 43 anni

    Svolta sull’omicidio di Piersanti Mattarella, svelati i nomi dei killer dopo 43 anni

    Quarantatré anni dopo l’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana e fratello dell’attuale Capo dello Stato Sergio Mattarella, le indagini subiscono una svolta decisiva. Due nuovi individui legati alla mafia sono stati indagati con l’accusa di essere i sicari materiali dell’esponente della Democrazia Cristiana, assassinato il 6 gennaio 1980 a Palermo. Come riportato dall’edizione di oggi di Repubblica, gli indagati sarebbero i killer che avrebbero ucciso Mattarella.

    Il contesto politico e le prime indagini

    Piersanti Mattarella, allievo di Aldo Moro, rappresentava una figura politica impegnata nel rinnovamento della Sicilia, lontana dagli stereotipi del notabile siciliano. Questo impegno gli costò la vita. Le sentenze passate in giudicato hanno condannato solo i mandanti, i vertici della Commissione di Cosa Nostra che deliberarono l’omicidio. Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, esponenti del terrorismo nero, furono inizialmente sospettati di essere gli esecutori materiali, ipotesi formulata dal giudice Giovanni Falcone, ma vennero poi definitivamente prosciolti. Nonostante ciò, Falcone ribadì sempre la matrice mafiosa del delitto, sottolineando la presenza di depistaggi e false informazioni nelle indagini. Il giudice ipotizzò anche la presenza di “mandanti esterni” oltre ai mafiosi.

    Il territorio del delitto e i possibili esecutori

    L’agguato avvenne nel territorio controllato dal boss mafioso Francesco Madonia, noto per i suoi legami con apparati istituzionali deviati. I testimoni non riconobbero mai nelle foto segnaletiche i sicari appartenenti alla “batteria della morte” di Madonia, come Prestifilippo, Lucchese, Inzerillo o Marino Mannoia.

    La dinamica dell’omicidio

    La mattina del 6 gennaio 1980, Piersanti Mattarella fu attaccato davanti alla sua abitazione nel centro di Palermo. Un giovane killer, appostato nei pressi del garage, esplose quattro colpi contro Mattarella, che era al volante della sua auto con la moglie Irma Chiazzese a fianco. L’arma, una Colt Cobra calibro 38 special, si inceppò. Il killer si fece quindi consegnare un revolver Smith & Wesson da un complice a bordo di una Fiat 127 e sparò altri quattro colpi, uccidendo Mattarella e ferendo la moglie. La Colt Cobra calibro 38 era la stessa arma utilizzata da Gilberto Cavallini per l’omicidio del magistrato Mario Amato a Roma, avvenuto il 23 giugno 1980. Questo elemento suggeriva un possibile collegamento tra i due delitti.

    I testimoni e il possibile coinvolgimento dei neofascisti

    Cinque testimoni descrissero il killer come un giovane di circa 25 anni, alto circa 1,70 m, corporatura robusta, capelli castani e occhiali da sole a specchio. La vedova di Mattarella contribuì alla realizzazione dell’identikit e riconobbe in Valerio Fioravanti, leader dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), una forte somiglianza con l’assassino, pur non avendo la certezza assoluta. Successivamente, la signora Chiazzese ricordò un particolare: l’andatura “ballonzolante” del killer. L’ipotesi di un’alleanza tra neofascisti e mafiosi per l’omicidio di un politico della DC aprì nuovi scenari investigativi.

    Nuove rivelazioni e il ruolo di Nino Madonia

    Alla fine degli anni ’90, il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo indicò Antonino “Nino” Madonia, figlio di Francesco, come l’esecutore materiale dell’omicidio. Di Carlo sottolineò la somiglianza fisica tra Nino Madonia e Valerio Fioravanti. Nino Madonia, figura di spicco all’interno di Cosa Nostra, era noto per i suoi legami con gli apparati deviati dei servizi segreti, ereditati dal padre, soprannominato “Ciccio Bomba” per il suo coinvolgimento in attentati dinamitardi. La famiglia Madonia era considerata il braccio armato della corrente più oscura dello Stato, eseguendo gli ordini dei servizi deviati. Il loro coinvolgimento in eventi come il fallito golpe Borghese e la strage di via D’Amelio rafforza l’ipotesi di una connessione con l’omicidio Mattarella.

    Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e le nuove indagini

    Francesco Marino Mannoia inquadrò subito il delitto Mattarella in un contesto politico-mafioso, mentre Tommaso Buscetta affermò che l’intera Commissione di Cosa Nostra era d’accordo sull’omicidio, ma nessuno voleva esporsi per primo. Giovanni Falcone, nel 1990, dichiarò che l’omicidio “presuppone un coacervo di convergenze di interessi di grandi dimensioni”. Le nuove indagini, coordinate dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Marzia Sabella, hanno raccolto nuove rivelazioni e riscontri, mantenuti sotto stretto riserbo, che rafforzano il quadro accusatorio nei confronti dei due nuovi indagati. Questi elementi potrebbero portare a un nuovo processo per l’omicidio Mattarella, a 45 anni di distanza dalla tragedia.

  • Blitz antimafia, 18 arresti tra Palermo e Mazara del Vallo

    Blitz antimafia, 18 arresti tra Palermo e Mazara del Vallo

    Nelle prime ore di questa mattina, i finanzieri del Comando Provinciale Palermo hanno dato esecuzione a un’ordinanza applicativa di misure cautelari personali emessa dal G.I.P. del Tribunale di Palermo, su richiesta della locale Procura della Repubblica – D.D.A., nei confronti di 18 soggetti, di cui 7 in carcere, 10 ai domiciliari e 1 destinatario dell’obbligo di dimora nel comune di residenza.

    Contestualmente, sono in corso di svolgimento perquisizioni presso le abitazioni e gli altri luoghi nella disponibilità degli indagati, nei cui confronti si procede, a vario titolo, per i reati di associazione per delinquere di stampo mafioso, porto abusivo d’armi, turbata libertà degli incanti, estorsione, rapina e favoreggiamento personale.

    Le indagini, condotte dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Palermo, hanno permesso di far luce sulle trame illecite poste in essere dalla famiglia mafiosa di Mazara del Vallo (TP), disvelando i rapporti verticistici esistenti tra gli affiliati. In particolare, sono state ricostruite le fasi che hanno portato all’ascesa di un soggetto, attivo nel settore dell’allevamento di ovini, che, agendo quale braccio operativo del capo mandamento (attualmente detenuto), è divenuto, nel tempo, il punto di riferimento per lo svolgimento delle più diverse attività criminali (tra cui riscuotere crediti insoluti, dirimere controversie e organizzare un traffico di stupefacenti tra Palermo e i territori ricadenti nel mandamento).

    In tale contesto è stata riscontrata l’esistenza di un penetrante potere di controllo economico del territorio, esercitato mediante la gestione mafiosa delle aree di pascolo e delle aste fallimentari.

    Al riguardo, le investigazioni hanno consentito di documentare anche diversi episodi di violenza legati al mancato rispetto di accordi presi per la spartizione di alcuni immobili.

    Parallelamente, è stato possibile ricostruire le dinamiche criminali che hanno favorito lo sviluppo, in territorio trapanese, di una capillare rete di supermercati riconducibile a un noto imprenditore mazarese; questi, forte di un rapporto diretto con il vertice storico del mandamento mafioso di Mazara del Vallo sin dalla metà degli anni 2000, ha potuto espandere la propria sfera di affari in diversi settori merceologici, acquisendo la proprietà e la gestione di numerose società.

    In cambio del sostegno garantitogli dall’associazione, il medesimo imprenditore avrebbe assicurato a Cosa nostra l’assunzione di affiliati e di loro parenti, aiuti finanziari per l’avvio di nuove attività economiche, nonché l’acquisto di beni posti in asta e riconducibili a soggetti contigui, così che gli stessi ritornassero nella loro disponibilità.

  • Colpo alla mafia di Palermo, confiscati beni per 4 milioni

    Colpo alla mafia di Palermo, confiscati beni per 4 milioni

    La Corte d’Appello di Palermo ha emesso un provvedimento di confisca definitivo nei confronti degli eredi di un uomo legato al mandamento mafioso di Resuttana, deceduto dopo essere stato oggetto di indagini da parte della Guardia di Finanza.

    L’indagine “Apocalisse” e il sequestro iniziale

    L’operazione, denominata “Apocalisse”, condotta dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza tra il 2014 e il 2015, si è concentrata sulle attività economico-patrimoniali del soggetto, fratello di un esponente di vertice del mandamento mafioso di Resuttana. Le indagini miravano a verificare il tenore di vita dell’uomo e a individuare eventuali beni e risorse finanziarie di provenienza illecita. A seguito di queste verifiche, nel 2019, era stata proposta e ottenuta una misura di prevenzione patrimoniale nei confronti degli eredi, con il sequestro di immobili, conti correnti e società.

    Il coinvolgimento nelle dinamiche mafiose

    Le indagini hanno evidenziato la stretta relazione tra i due fratelli e il loro coinvolgimento nelle attività criminali del mandamento mafioso di Resuttana, compresa la loro vicinanza ai vertici storici dell’organizzazione. Nonostante i tentativi del soggetto, poi deceduto, di occultare i suoi legami con la mafia e il supporto fornito all’organizzazione, le indagini hanno dimostrato il suo ruolo attivo nelle dinamiche mafiose, dalle quali aveva tratto profitto accumulando un ingente patrimonio mobiliare e immobiliare.

    Il reimpiego di denaro illecito

    Gli investigatori hanno documentato un continuo flusso di denaro tra gli eredi, finalizzato al reimpiego di proventi illeciti e all’occultamento della loro origine criminale. Questo reimpiego, aggravato dall’utilizzo di attività imprenditoriali per agevolare l’associazione mafiosa, ha contribuito a consolidare il quadro accusatorio.

    Le misure cautelari e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia

    Nel corso degli anni, l’uomo era stato destinatario di due ordinanze di custodia cautelare per associazione di stampo mafioso. La sua appartenenza all’organizzazione criminale è stata ulteriormente confermata dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, che hanno fornito dettagli sul suo ruolo e sulle sue attività illecite.

    La confisca definitiva dopo il ricorso

    Il sequestro del 2019, disposto dal Tribunale di Palermo – Sezione Misure di Prevenzione, è stato oggetto di un ricorso presentato dalla difesa degli eredi, che ha ottenuto il dissequestro di alcuni beni. Tuttavia, la Corte d’Appello di Palermo ha ora emesso una confisca definitiva, ponendo fine alla vicenda giudiziaria. La confisca riguarda il capitale sociale di tre società edili, 26 immobili tra le province di Palermo e Udine (per un valore di circa 4 milioni di euro) e 16 conti correnti (per un valore di circa 200 mila euro).

  • La mafia faceva i milioni col Superbonus 110%, scattano le manette

    La mafia faceva i milioni col Superbonus 110%, scattano le manette

    I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando provinciale di Messina hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal GIP di Messina su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di due individui, di 26 e 66 anni, legati al clan mafioso dei Barcellonesi. Il più giovane è accusato di associazione mafiosa, mentre il secondo è accusato anche di trasferimento fraudolento di valori aggravato dalle finalità mafiose.

    Sette indagati per concorso esterno in associazione mafiosa

    Contestualmente, sette persone, tra cui diversi imprenditori edili, sono state indagate per concorso esterno in associazione mafiosa. L’operazione odierna rappresenta un’ulteriore fase di un’indagine più ampia che, lo scorso 22 febbraio, aveva portato all’emissione di misure cautelari nei confronti di 86 persone legate al clan dei Barcellonesi. L’attività investigativa aveva già svelato il coinvolgimento del gruppo criminale in estorsioni, traffico di droga, gestione di bische clandestine e prostituzione, oltre a interessi nel settore ortofrutticolo, controllato con metodi mafiosi attraverso l’imposizione di prezzi e merce.

    Accordo tra imprenditore e clan per il Superbonus

    L’indagine attuale si concentra sull’infiltrazione del clan nel settore dei lavori di ristrutturazione edilizia e dell’efficientamento energetico, in particolare sfruttando i fondi pubblici del Superbonus 110%. È emerso un accordo tra un imprenditore edile, indagato per concorso esterno, e un esponente di spicco della cosca, attualmente detenuto e ritenuto il reggente del clan. L’imprenditore avrebbe offerto alla cosca la possibilità di rilevare il credito fiscale derivante dal Superbonus, in cambio della protezione e del supporto del clan nel reperimento degli immobili da ristrutturare.

    Il ruolo dei due arrestati

    Il 26enne e il 66enne, rispettivamente figlio e uomo di fiducia del reggente del clan, avrebbero operato nel territorio controllato dalla cosca, segnalando gli edifici idonei ai lavori di efficientamento energetico. Questo sistema avrebbe garantito all’impresa edile l’acquisizione di numerose commesse, in particolare nei comuni di Barcellona Pozzo di Gotto, Pace del Mela, Funari, Terme Vigliatore e Milazzo, generando profitti significativi. In cambio, i due arrestati avrebbero ricevuto laute provvigioni, mascherate da accrediti per prestazioni fittizie.

    Subappalti a ditte legate al clan

    Inoltre, i due indagati avrebbero indicato all’imprenditore le ditte “gradite” al clan, a cui affidare i lavori in subappalto. Queste ditte avrebbero poi corrisposto una percentuale dei profitti ai due individui, che a loro volta li avrebbero trasferiti al reggente del clan. L’indagine ha anche svelato la creazione ad hoc di un’impresa edile, intestata fittiziamente a un prestanome, ma di fatto riconducibile all’esponente mafioso, eludendo le disposizioni antimafia. Questa impresa sarebbe stata coinvolta direttamente nei lavori, generando ulteriori profitti illeciti per il clan.

  • Monreale, tagliano testa a cavallo e sventrano vacca incinta, intimidazione a imprenditore

    Monreale, tagliano testa a cavallo e sventrano vacca incinta, intimidazione a imprenditore

    Un imprenditore edile di Altofonte, nel palermitano, è stato vittima di un brutale atto intimidatorio. Ignoti si sono introdotti nella sua proprietà a Poggio San Francesco, a Monreale, attualmente disabitata, e hanno macellato un cavallo, lasciandone la testa mozzata sul sedile di un escavatore, in un macabro gesto che ricorda la celebre scena del film “Il Padrino”. Non paghi di questa efferata violenza, i responsabili hanno poi ucciso una mucca incinta, squartandola e lasciando il vitello senza vita sul corpo della madre.

    L’Indagine dei Carabinieri e lo Sconcerto della Comunità

    L’imprenditore, stimato professionista che ha collaborato in diverse occasioni con l’amministrazione comunale di Altofonte, ha sporto denuncia ai Carabinieri di Monreale, che hanno avviato le indagini per far luce sull’accaduto. L’atto intimidatorio, di chiara matrice mafiosa, ha scosso profondamente la comunità di Altofonte. Secondo quanto emerso, la vittima non avrebbe ricevuto minacce o avvertimenti prima del barbaro gesto.

    La Solidarietà dell’Amministrazione Comunale

    La sindaca di Altofonte, Angela De Luca, ha espresso la sua totale solidarietà all’imprenditore, definendo l’accaduto un atto di barbarie inaccettabile. “Sono rimasta pietrificata”, ha dichiarato la sindaca, aggiungendo che l’intera amministrazione comunale, la giunta e il consiglio comunale, a partire dal presidente Luciano Corsale, si stringono attorno alla vittima. Anche le imprese del territorio hanno espresso la loro solidarietà all’imprenditore colpito.

    Un Gesto che “Ci Riporta al Medioevo”

    La sindaca De Luca ha sottolineato lo sconcerto dell’intera comunità di Altofonte per un gesto che, con i suoi metodi brutali, sembra riportare indietro nel tempo. “Non si tratta di semplici criminali, ma di veri e propri barbari”, ha affermato, riponendo fiducia nelle forze dell’ordine affinché individuino al più presto i responsabili di questo terribile atto. L’episodio ha suscitato sgomento e preoccupazione nel piccolo centro del palermitano, dove si teme un ritorno a pratiche intimidatorie di stampo mafioso.

  • L’erede del “Papa” Gaetano Savoca arrestato: colpo alla mafia di Ciaculli

    L’erede del “Papa” Gaetano Savoca arrestato: colpo alla mafia di Ciaculli

    Gaetano Savoca, 57 anni, presunto capo del mandamento mafioso di Ciaculli, è stato arrestato questa mattina. Savoca, già condannato tre volte per associazione mafiosa, era tornato in libertà da poco tempo. L’operazione, coordinata dalla Procura Distrettuale Antimafia di Palermo, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia, e condotta dalla Squadra Mobile e dalla SISCO, fa seguito a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP. L’accusa è di associazione mafiosa con funzioni di direzione e coordinamento delle famiglie del mandamento.

    L’eredità del “Papa” Michele Greco

    Savoca avrebbe preso le redini della cosca un tempo guidata da Michele Greco, il “Papa” di Cosa Nostra, e successivamente dal nipote Leandro Greco, arrestato nell’operazione “Cupola 2.0” del 2019. Gli inquirenti ritengono che Savoca abbia gestito gli affari della cosca, organizzando incontri riservati con altri affiliati per coordinare estorsioni e traffico di droga. Si presume inoltre che Savoca abbia avuto un ruolo nella gestione di assunzioni presso una cooperativa operante nei cantieri ferroviari.

    Le indagini e il legame con l’omicidio Romano

    L’arresto di Savoca si inserisce in un contesto investigativo più ampio, scaturito dall’omicidio di Gianfranco Romano, avvenuto lo scorso 26 febbraio, e dal tentato omicidio di Alessio Caruso. Romano, uomo d’onore in ascesa all’interno della famiglia mafiosa di Corso dei Mille, e Caruso, suo braccio destro, sarebbero stati vittime di un regolamento di conti interno alla mafia. Due persone sono già state fermate in relazione a questi episodi. Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Marzia Sabella e dai sostituti procuratori Francesca Mazzoco e Francesca Dessì, hanno permesso di ricostruire la rete di contatti e le attività illecite di Savoca, mettendo in luce il suo ruolo di vertice all’interno del mandamento di Ciaculli. Savoca, figlio di Pino Savoca, altro storico capomafia, vanta una lunga carriera criminale e legami familiari con altri esponenti di spicco di Cosa Nostra, tra cui Andrea Adamo e Benedetto Lo Verde. Nonostante un periodo di sorveglianza speciale trascorso a Cesenatico nel 2011, Savoca avrebbe continuato a dirigere gli affari della cosca al suo ritorno a Palermo.

    Un’operazione che colpisce il cuore di Cosa Nostra

    L’arresto di Gaetano Savoca rappresenta un duro colpo per Cosa Nostra, privandola di una figura chiave nella gestione del potere mafioso nel territorio di Ciaculli. L’operazione dimostra l’impegno costante delle forze dell’ordine e della magistratura nel contrasto alla criminalità organizzata.

  • Parlano i pentiti e parte il blitz a Palermo, colpo al mandamento di Porta Nuova: arresti

    Parlano i pentiti e parte il blitz a Palermo, colpo al mandamento di Porta Nuova: arresti

    Quattro persone sono finite in carcere a Palermo con l’accusa di associazione mafiosa, traffico di droga, estorsione, lesioni personali e porto abusivo di armi da fuoco. L’operazione, condotta dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Palermo, è il risultato di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal GIP del capoluogo siciliano su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA), guidata dal procuratore Maurizio de Lucia.

    Le indagini confermano le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia

    L’indagine, durata da febbraio 2022 a dicembre 2023, ha confermato le rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia riguardo alle attività illecite del mandamento mafioso di Porta Nuova. Gli inquirenti hanno ricostruito le dinamiche criminali dell’organizzazione, che gestiva il traffico di stupefacenti, principalmente cocaina, imponendo il proprio controllo sulle “piazze di spaccio”.

    Violenza e intimidazione per imporre il monopolio della droga

    Gli indagati sono accusati di aver imposto, con violenza e intimidazioni, l’acquisto di cocaina a prezzi maggiorati rispetto al mercato ai dettaglianti, pretendendo anche una percentuale sui ricavi delle vendite. Tra gli episodi contestati, un pestaggio in pieno giorno ai danni di un uomo nel quartiere Zisa e minacce a mano armata contro alcuni pusher, con tanto di colpi di pistola esplosi contro un muro a scopo intimidatorio.

    Sequestrati droga e denaro durante le perquisizioni

    Durante le perquisizioni effettuate nell’ambito dell’operazione antimafia nel mandamento di Porta Nuova, i Carabinieri hanno arrestato altre due persone, un uomo e una donna, trovati in possesso di oltre mezzo chilo di hashish e cocaina, oltre a una considerevole somma di denaro in contante

  • La Cosa Nostra di Palermo mette radici in Brasile, 4 arresti  I NOMI

    La Cosa Nostra di Palermo mette radici in Brasile, 4 arresti I NOMI

    Un’operazione congiunta tra le autorità italiane e brasiliane ha portato al sequestro di nove società, per un valore stimato di 500 milioni di euro, e all’arresto di quattro persone. Le società, operanti nel settore immobiliare e della ristorazione, si trovano in Italia, Svizzera, Hong Kong e, principalmente, in Brasile. I quattro sono accusati di concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio e autoriciclaggio, e trasferimento fraudolento di valori, aggravati dalla finalità di agevolazione di importanti famiglie mafiose.

    I dettagli dell’operazione e gli arresti

    L’ordinanza cautelare è stata emessa dal GIP di Palermo su richiesta della DDA. Tre degli indagati sono stati condotti in carcere, mentre uno è stato posto agli arresti domiciliari. Gli arrestati sono Giuseppe Calvaruso, 47 anni, Giuseppe Bruno, 51 anni, Giovanni Caruso, 53 anni, e Rosa Anna Simoncini, 73 anni, madre di Bruno. L’operazione è stata condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Palermo e coordinata dalla DDA.

    Il ruolo di Giuseppe Calvaruso e il riciclaggio internazionale

    L’indagine si inserisce nel contesto di un’operazione più ampia che ha già portato all’arresto, lo scorso 13 agosto, in Brasile, dell’imprenditore Giuseppe Bruno e al sequestro di beni e disponibilità finanziarie per un valore di 50 milioni di euro. Secondo le indagini, Giuseppe Calvaruso, uomo d’onore e già reggente del mandamento mafioso di Pagliarelli, con la complicità di Bruno e l’aiuto di professionisti del Nord Italia, avrebbe investito in Brasile capitali illeciti provenienti dalle attività di Cosa Nostra, in particolare del mandamento di Pagliarelli. Tra questi capitali, anche i proventi di estorsioni ai danni di imprenditori palermitani. Il denaro veniva trasferito in Brasile attraverso complessi meccanismi di riciclaggio, spesso transitando su conti correnti esteri.

    La collaborazione internazionale e le prospettive future

    L’operazione è il risultato di una stretta collaborazione tra le autorità italiane e brasiliane, coordinata da Eurojust e dalla Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo. L’inchiesta brasiliana è stata avviata grazie a informazioni fornite dalla DDA di Palermo. Con gli arresti e i sequestri effettuati oggi in Italia, le indagini raggiungono un punto cruciale. L’utilizzo di prestanome ha permesso agli indagati di gestire un impero societario stimato in oltre 500 milioni di euro. Il GIP ha disposto le misure cautelari ritenendo sussistenti le esigenze cautelari per i quattro soggetti coinvolti.