Tag: Mafia

  • Blitz antimafia a Palermo: la caccia alla cassaforte segreta

    Blitz antimafia a Palermo: la caccia alla cassaforte segreta

    Mafia a Palermo, caccia al tesoro dopo il blitz: perquisizioni a tappeto. Dopo il maxi blitz di febbraio che ha portato a 181 arresti, i Carabinieri continuano la loro incessante caccia alla cassa del mandamento mafioso di Porta Nuova a Palermo. L’obiettivo è recuperare il denaro accumulato dall’organizzazione criminale attraverso attività illecite come traffico di droga, estorsioni e gioco d’azzardo.

    Perquisizioni tra Zisa, Borgo Nuovo e corso Calatafimi

    Nella notte, i militari dell’Arma hanno eseguito una quindicina di perquisizioni in abitazioni e magazzini tra i quartieri Zisa, Borgo Nuovo e la zona di corso Calatafimi. Le operazioni si sono concentrate in diverse vie, tra cui via Bernardo Cabrera, vicolo Zisa, via Regina Bianca, via Cipressi, cortile Morici, via Gioviano Pontano e largo Giarrusso, dove risiedono alcuni familiari degli indagati. I controlli si sono estesi anche a via Trasselli, traversa di corso Calatafimi, e a via Castellana a Borgo Nuovo.

    Obiettivo: la cassa del mandamento e non solo

    Oltre alla cassa contenente documenti contabili, i Carabinieri sono alla ricerca di armi e droga. Tra le abitazioni perquisite figura anche quella di Giuseppa Comandè, sorella di Stefano Comandè, considerato il braccio destro del boss Tommaso Lo Presti, anch’egli arrestato nel blitz di febbraio. Intercettazioni telefoniche suggeriscono che Lo Presti, temendo l’arresto, avrebbe affidato la cassa a Filippo Maniscalco, anch’egli finito in manette.

    La cassa di Porta Nuova: un capitolo chiave dell’ordinanza

    L’ordinanza di custodia cautelare dedica ampio spazio alla cassa di Porta Nuova, ripercorrendo le vicende del mandamento a partire dall’omicidio di Giuseppe Incontrera, ucciso a colpi di pistola nel giugno 2022 nella zona dei Danisinni. Incontrera, all’epoca, si presume fosse il cassiere del clan. L’ordinanza ricostruisce anche l’ascesa di Giuseppe Auteri, divenuto reggente dell’organizzazione criminale fino alla sua cattura nell’aprile 2023. Subito dopo l’omicidio di Incontrera, mentre la salma era ancora in casa, iniziarono le ricerche della cassa.

    La pressione di Stefano Comandè per recuperare il denaro

    Stefano Comandè si adoperò attivamente per recuperare la cassa, arrivando a sollecitare la cognata della vittima, persino mentre la bara di Incontrera era ancora in casa in attesa della sepoltura. Le sue manovre sono state svelate grazie a uno spyware installato sul suo telefono. Comandè, preoccupato che la cassa potesse finire nelle mani sbagliate, spiegò dettagliatamente a Carmelo De Luca, uno dei suoi collaboratori, come recuperarla. Le istruzioni prevedevano di avvicinare la cognata di Incontrera nella rampa delle scale, per evitare intercettazioni ambientali, e, dopo averle espresso condoglianze, chiederle informazioni sulla cassa. Comandè temeva che il denaro potesse finire nelle mani sbagliate e voleva assicurarsi che tornasse sotto il controllo del clan.

  • Blitz antimafia in Sicilia: 19 arresti tra cui un “Onorevole” regionale I NOMI

    Blitz antimafia in Sicilia: 19 arresti tra cui un “Onorevole” regionale I NOMI

    Diciannove persone sono state arrestate all’alba nell’ambito dell’operazione antimafia “Mercurio”, condotta dai Carabinieri del ROS. Tra gli arrestati figura Giuseppe Castiglione, deputato regionale siciliano. L’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Gip del Tribunale di Catania su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, riguarda presunti appartenenti al clan Santapaola-Ercolano di Catania e alla sua articolazione di Ramacca. Oltre cento militari hanno partecipato all’operazione, che si è estesa a Catania, Ramacca, Palagonia e Bologna.

    Le accuse: mafia, scambio elettorale ed estorsioni

    I 19 indagati sono accusati, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, scambio elettorale politico-mafioso, estorsione e trasferimento fraudolento di valori. L’operazione ha portato anche al sequestro preventivo di due società operanti nel settore delle onoranze funebri, per un valore stimato di 300.000 euro.

    Collegamenti con il clan Santapaola-Ercolano

    L’operazione “Mercurio”, che fa seguito all’operazione “Agorà” del 2022, ha permesso di ricostruire gli affari del clan Santapaola-Ercolano, evidenziando il supporto di gruppi collegati come quello del Castello Ursino e quello di Ramacca. Quest’ultimo, nonostante gli arresti dell’operazione “Agorà” che aveva colpito il boss locale Pasquale Oliva, avrebbe continuato ad operare grazie ad una rete di affiliati rimasti in libertà. Le indagini hanno rivelato la presunta capacità del clan di infiltrarsi nelle istituzioni, sostenendo candidati alle elezioni comunali di Misterbianco e Ramacca del 2021 e alle regionali del 2022.

    Infiltrazioni nella Pubblica Amministrazione e appalti

    L’indagine ha svelato la presunta capacità del clan di infiltrarsi nella pubblica amministrazione per favorire i propri interessi economici nel settore degli appalti pubblici. Sarebbero emerse relazioni tra i vertici del gruppo del Castello Ursino e alcuni politici, tra cui Matteo Marchese, consigliere comunale di Misterbianco, e Giuseppe Castiglione, all’epoca presidente del consiglio comunale di Catania e candidato alle regionali del 2022.

    L’Accordo elettorale e gli interessi del clan

    Secondo l’accusa, in prossimità delle elezioni regionali del 2022, sarebbe stato stipulato un accordo tra i vertici del clan Santapaola-Ercolano (Ernesto Marletta, Rosario Bucolo e Domenico Colombo) e Giuseppe Castiglione, candidato nella lista “Popolari ed Autonomisti”. Castiglione, con la mediazione di Giuseppe Coco, avrebbe accettato la promessa di voti in cambio della realizzazione degli interessi del clan, tra cui l’affidamento di lavori e servizi pubblici legati alla gestione del Cimitero di Catania. Castiglione verrà poi eletto deputato regionale e farà parte della commissione d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia e della corruzione in Sicilia.

    Il Controllo del territorio e le elezioni comunali a Ramacca

    L’indagine ha anche fatto luce sugli affari della famiglia mafiosa di Ramacca, individuando presunti fiduciari di Pasquale Oliva che avrebbero mantenuto il controllo del territorio e curato gli interessi economici del clan. Tra questi, Vincenzo Rizzo avrebbe avuto il ruolo di organizzatore per Palagonia e Ramacca. Sarebbe emerso un patto tra Antonio Di Benedetto, Salvatore Mendolia e i candidati a sindaco Nunzio Vitale e al consiglio comunale Salvatore Fornaro, entrambi della lista “Ramacca costruiamo una bella storia”, per condizionare le elezioni comunali del 2021. In cambio di voti, i politici si sarebbero impegnati ad affidare lavori pubblici a ditte indicate dal clan. Nunzio Vitale verrà eletto sindaco e Salvatore Fornaro, grazie alla sua vicinanza ad Antonio Di Benedetto, diventerà prima consigliere e poi presidente del consiglio comunale.

    I nomi degli arrestati nell’operazione Mercurio

    1. Antonino Bergamo
    2. Emanuele Bonaccorso
    3. Rosario Bucolo
    4. Giuseppe Castiglione
    5. Giuseppe Coco
    6. Antonino Della Vita
    7. Antonio Di Benedetto
    8. Domenico Di Gaetano
    9. Pierpaolo Luca Di Gaetano
    10. Vincenzo Fresta
    11. Salvatore Fornaro
    12. Matteo Marchese
    13. Ernesto Marletta
    14. Rosario Marletta
    15. Salvatore Mendolia
    16. Salvatore Mirabella
    17. Santo Missale
    18. Vincenzo Rizzo
    19. Nunzio Vitale.

  • Blitz contro la mafia di Camporeale, 6 persone in manette I NOMI

    Blitz contro la mafia di Camporeale, 6 persone in manette I NOMI

    Importante operazione dei carabinieri del Nucleo investigativo contro una presunta organizzazione mafiosa attiva a Camporeale. Sei persone sono state arrestate con l’accusa di associazione mafiosa. Tra gli indagati, un uomo che, pur detenuto, avrebbe continuato a gestire il gruppo criminale, coadiuvato da affiliati e familiari.

    Tra i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare figurano Antonino Sciortino, 62 anni, e Antonino Sdcardino, 59 anni, entrambi nati a Camporeale; Giuseppe Bologna, 63 anni, e Pietro Bologna, 68 anni, entrambi originari di Trappeto; Giuseppe Vinci, 49 anni, di Palermo; e Raimondo Santinelli, 37 anni, nato a Partinico. Secondo le indagini, il gruppo si sarebbe occupato di attività illecite legate al controllo del territorio.

    Le investigazioni hanno evidenziato come il presunto sodalizio mafioso avrebbe imposto prezzi nella compravendita di bovini e ovini destinati al macello. Inoltre, i cittadini avrebbero fatto riferimento al gruppo per l’acquisto di terreni agricoli, il recupero di crediti e la risoluzione di dispute private.

    Tra gli indagati c’è anche un dipendente comunale, accusato di aver attestato la messa alla prova per due affiliati del gruppo.

  • Colpo alla mafia del Palermitano, piovono condanne NOMI

    Colpo alla mafia del Palermitano, piovono condanne NOMI

    La Corte d’Appello di Palermo ha emesso la sentenza di secondo grado nel processo contro la mafia di Torretta, confermando otto condanne e sei assoluzioni. Il processo, che riguarda il mandamento mafioso di Passo di Rigano e la famiglia mafiosa di Torretta, ha visto ridursi la pena per uno solo degli imputati.

    L’assoluzione dell’ex sindaco Gambino

    Tra le assoluzioni confermate, spicca quella dell’ex sindaco di Torretta, Salvatore Gambino, inizialmente accusato di voto di scambio e associazione mafiosa. Gambino, eletto nel 2013 e rieletto nel 2018, era stato arrestato nell’ambito dell’operazione antimafia del 2019, ma successivamente liberato dal Tribunale del Riesame. L’assoluzione in primo grado e la sua conferma in appello chiudono definitivamente questo capitolo per l’ex primo cittadino. L’accusa originaria ipotizzava un ruolo dei boss mafiosi nel successo elettorale di Gambino. Queste accuse, che avevano portato alla sospensione di Gambino dalla carica e allo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose, non hanno retto al vaglio giudiziario.

    Le condanne e la riduzione di pena

    Otto le condanne confermate in appello, con una sola riduzione di pena. Calogero Caruso e Giovanni Angelo Mannino hanno beneficiato della continuazione con altri reati, ottenendo rispettivamente una pena complessiva di 13 anni e 4 mesi (di cui 9 anni e 4 mesi per questo procedimento) e 13 anni (con una significativa riduzione rispetto ai 10 anni inflitti in primo grado). Le altre condanne confermate riguardano Lorenzo Di Maggio (2 anni in continuazione con una precedente condanna), Raffaele Di Maggio (8 anni e 8 mesi), Francesco Puglisi (7 mesi e 3 giorni), Simone Zito (6 anni e 10 mesi), Ignazio Mannino (6 anni e 8 mesi) e Paolo Vassallo (1 anno). Unico assolto in secondo grado Calogero Badalamenti, per il quale in primo grado erano stati inflitti 7 anni di reclusione.

    L’operazione antimafia del 2019

    L’operazione antimafia del 2019 aveva portato alla luce gli stretti legami tra il mandamento mafioso di Passo di Rigano e la famiglia mafiosa di Torretta, storica roccaforte degli “scappati”, ovvero gli uomini della cosca Inzerillo che, insieme ad alcuni membri delle famiglie Spatola e Gambino, avevano trovato rifugio negli Stati Uniti nei primi anni ’80 per sfuggire alla repressione dei Corleonesi. L’inchiesta, inizialmente incentrata sulla figura del sindaco Gambino, si è poi estesa ad altri soggetti, portando alle condanne e alle assoluzioni confermate in appello. La sentenza di secondo grado, emessa dalla prima sezione della Corte d’Appello presieduta da Claudio Infantino, con i consiglieri Mario Conte e Luisa Anna Cattina e il procuratore generale Rita Fulantelli, rappresenta un importante passo avanti nella lotta contro la criminalità organizzata nel territorio palermitano.

  • L’avvocato, il commesso e le talpe segrete di cosa nostra: ecco gli informatori della mafia

    L’avvocato, il commesso e le talpe segrete di cosa nostra: ecco gli informatori della mafia

    Da dicembre 2023, diversi membri di Cosa Nostra erano a conoscenza dell’imminente “retata“. Questa consapevolezza ha spinto molti ad accumulare ingenti somme di denaro, principalmente attraverso il gioco d’azzardo online, e a preparare i documenti necessari per la fuga all’estero. Le indagini rivelano un sistema di informatori che forniva ai boss informazioni riservate su blitz imminenti e sulla presenza di microspie. Sebbene i nomi di questi collaboratori non compaiano tra i 181 arrestati, le autorità stanno attivamente indagando per identificare le “talpe” all’interno delle istituzioni.

    L’avvocato informatore: incontro rivelatore

    Un episodio chiave risale al 27 maggio 2023, quando Giovanni Salvatore Cusimano, di Partanna Mondello, riceve da un avvocato la notizia di essere sotto indagine dei Carabinieri. L’avvocato, che aveva richiesto un incontro anche solo di “cinque minuti”, avvisa Cusimano della presenza di microspie nella sua auto. Questo incontro, avvenuto alla presenza dell’autista di Cusimano, Gennaro Riccobono, conferma l’esistenza di una rete di informatori al servizio della mafia.

    “Tre zampate”: rivelazioni di un intermediario

    Il 7 novembre 2023, Antonino Gagliardo, figura di collegamento tra il mandamento di Bagheria e quello di Brancaccio, informa un altro mafioso di tre imminenti operazioni di polizia, definite “tre zampate” o “tre camurrie”, previste per la fine dell’anno. A seguito di questa informazione, alcuni membri dell’organizzazione hanno provveduto a far sparire prove compromettenti, mentre altri, considerati “più pesanti”, si sono dati alla latitanza. Il 12 gennaio 2024, Gagliardo fornisce ulteriori dettagli, indicando un periodo preciso tra il 21 e il 23 per l’esecuzione dei blitz.

    La “Bomba” in arrivo: l’avvertimento premonitore

    Il 4 settembre 2024, Paolo Lo Iacono rivela a un suo interlocutore che Francesco Stagno è preoccupato per l’imminente esecuzione di un imponente provvedimento cautelare, descritto come una “bomba” pronta a esplodere. Stagno si mostra consapevole dell’arresto imminente, sia per sé stesso che per numerosi altri affiliati, e si prepara alla latitanza. L’informazione trapelata menziona addirittura l’esistenza di “duecentottanta fotografie”, a dimostrazione della portata dell’indagine.

    Fuga in Germania: la preparazione alla latitanza

    Il 10 settembre 2024, Francesco Stagno organizza la sua fuga in Germania, pianificando la sua successione nella gestione delle scommesse. Affida la gestione al suocero, istruendolo sulle operazioni da svolgere durante la sua assenza. Il 19 settembre 2024, durante una riunione con Domenico Serio, Stagno conferma la sua imminente partenza, affermando di non poter assumere impegni a lungo termine a causa del previsto arresto entro dicembre.

    Soffiate dal carcere: la rete di informatori si allarga

    Il 5 ottobre 2024, Paolo Lo Iacono riceve dal figlio Mirko, detenuto a Trapani, la notizia di un imminente blitz a Palermo. L’informazione proviene da una guardia carceraria, ulteriore prova della presenza di “talpe” all’interno delle istituzioni. Il 20 novembre 2024, Lo Iacono informa i suoi complici dell’esecuzione di due distinte operazioni di polizia entro dicembre, a seguito di indagini durate due anni.

    La latitanza di Giuseppe Auteri: la fuga di un capomafia

    Giuseppe Auteri, capo del mandamento di Porta Nuova, si dà alla latitanza per due anni dopo aver ricevuto informazioni su un’indagine a suo carico. Al momento del suo arresto, il 4 marzo 2024, viene trovato in possesso di armi, denaro, documenti contabili e smartphone con sistemi di comunicazione criptati. La sua fuga dimostra la capacità di Cosa Nostra di eludere le forze dell’ordine grazie a una rete di protezione e risorse finanziarie.

    Il commesso infedele: una fonte di informazioni segrete

    Il 7 novembre 2023, Feliciano Leto, commesso giudiziario presso la Procura di Palermo, viene arrestato per favoreggiamento. Leto, addetto al trasporto dei fascicoli, fotografava documenti riservati per fornire informazioni a Cosa Nostra sulle indagini in corso. Gli investigatori sospettano che Leto non fosse l’unica fonte di informazioni all’interno della Procura.

    L’imprenditore milionario: la fuga sfiorata

    Angelo Barone, imprenditore nel settore delle scommesse online, progetta di lasciare l’Italia dopo essere sfuggito a un inseguimento della Guardia di Finanza a marzo 2024. Consapevole dei rischi per sé e per la sua famiglia, Barone considera la possibilità di trasferirsi all’estero per proteggere il suo impero economico. Le indagini si concentrano ora sul suo giro d’affari milionario e sulle altre “talpe” che supportano le attività della mafia.

  • Maxi blitz antimafia a Palermo: armi dal dark web e c’era chi annunciava blitz imminenti

    Maxi blitz antimafia a Palermo: armi dal dark web e c’era chi annunciava blitz imminenti

    L’ultima inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Palermo ha svelato un inquietante scenario criminale, portando al fermo e all’arresto di 181 persone. L’indagine ha rivelato l’acquisto di armi sul dark web, una rete di informatori che avvisava i boss dei blitz imminenti, la pianificazione di latitanze, il racket del pizzo, il ritorno al narcotraffico come fonte primaria di guadagno e la continua ricerca di nuovi affiliati.

    Armi dal Dark Web

    Tra le prove raccolte, spicca una conversazione intercettata di Calogero Lo Presti, boss di Porta Nuova, che allude all’esistenza di armi nascoste: “c’è…ci sono…ce n’è di tutti…(..inc..) ci sono…ci sono…conservate sono”. Questo dettaglio apre uno squarcio sul rifornimento di armi tramite il dark web, un canale sempre più utilizzato dalle organizzazioni criminali per eludere i controlli.

    Informatori e Blitz Imminenti

    L’indagine ha messo in luce una capillare rete di informatori che forniva a Cosa Nostra informazioni riservate sulle indagini in corso. Il 7 novembre 2023, il capomafia Antonino Gagliardo informò un altro mafioso di tre imminenti operazioni di polizia (“tre zampate … tre camurrie”) previste per “fine anno”. Questa informazione permise ai mafiosi di far “sparire” prove compromettenti e di organizzare la latitanza di alcuni affiliati di Brancaccio (“quelli più pesanti”). Anche il 12 gennaio 2024, un’altra soffiata rivelò imminenti arresti: “Giochi di fuoco … dal ventuno al ventitré”. Infine, il 4 settembre scorso, Paolo Lo Iacono parlò di un imminente provvedimento cautelare (“una bomba”) che avrebbe coinvolto numerosi affiliati: “Per adesso c’è una bomba che sta scoppiando! (…) Hanno duecentottanta fotografie”.

    Latitanze Pianificate

    Alcuni mafiosi, temendo l’arresto, si preparavano alla latitanza. Il cognato del boss Nunzio Serio, dopo aver scoperto microspie sull’auto della moglie, si allontanò da Palermo per rifugiarsi al nord. Un altro capomafia, sfuggito a un inseguimento della Guardia di Finanza, progettava di fuggire all’estero con la famiglia per proteggere il patrimonio accumulato con i giochi online: “Me ne devo andare da qua… devo cambiare la residenza… me ne vado…. L’Italia per noi è diventata scomoda, io me ne devo andare perché non intendo assolutamente perdere quello che ho creato fino ad oggi. Cominciate a farvi i passaporti”.

    Pestaggio Assistito dal Carcere

    Un episodio raccapricciante riguarda un boss che, dalla sua cella e tramite un cellulare introdotto illegalmente, ha assistito al pestaggio che aveva commissionato. Capimafia come Nunzio Serio e Calogero Lo Presti comunicavano dal carcere con affiliati all’esterno, organizzando riunioni improvvisate. In un’occasione, Lo Presti commissionò una spedizione punitiva contro Giuseppe Santoro, scegliendo la squadra, le modalità dell’agguato e assistendo in diretta al pestaggio tramite videochiamata.

    Racket del Pizzo

    Il racket del pizzo continua a soffocare i commercianti palermitani. L’inchiesta ha evidenziato “imposizioni a tappeto”, con i ristoranti di Sferracavallo e Mondello costretti ad approvvigionarsi da un grossista imposto dal boss Nunzio Serio.

    Narcotraffico e Ricchezza

    Il traffico di stupefacenti è tornato a essere una delle principali fonti di guadagno per Cosa Nostra. Il controllo capillare del mercato, l’imposizione di prezzi e percentuali ai venditori al dettaglio, e i rapporti con la ‘ndrangheta hanno permesso un accumulo consistente di denaro. Nonostante alcuni “uomini d’onore” di vecchio stampo prendano le distanze dal traffico di droga, non ne disdegnano i profitti: “Stai attento ah, perché oggi domani, io vedi per ‘ste cose non mi ci sono mischiato mai, non ci sono entrato mai, non è che mi voglio andare ad infangare poi con un po’ di fanghi. Tu gli dici: ‘lascia qualche cosa per … per il paese, … per i cristiani, gli dici … che hanno di bisogno”. Il boss di Tommaso Natale, intercettato, discuteva di un grosso carico di droga in arrivo: “Mi senti, sta arrivando questo coso a fine … la settimana entrante … e ti devi organizzare per dove posarlo cose e poi smistarlo … in quattro, cinque colpi non te lo piazzi tu questo coso? Vi faccio comandare Palermo”.

    Reclutamento di Nuovi Affiliati

    Cosa Nostra continua a reclutare nuovi affiliati. La famiglia di Corso Calatafimi ha reclutato un giovane per riscuotere il pizzo, sottoponendolo a un’opera di indottrinamento da parte del reggente Paolo Suleman: “Vieni qua che ti insegno, ti comincio a insegnare qualche cosa, tu senti parlare a me! Devi essere scaltro, umile, fai parlare sempre a lui, l’ultima versione è sua. Apriti gli occhi, Sai fare che se semini bene raccogli ora tu vieni con me e ti faccio vedere come si fa!”. Anche nel mandamento di Santa Maria di Gesù si è registrato l’ingresso di un nuovo affiliato, Guido, descritto come “bravo” e “con questa vita nel sangue”. Infine, Salvatore Scaduto, figlio dell’ergastolano Giovanni e nipote di Michele Greco “il papa”, sarebbe stato prossimo all’affiliazione.

    Il Legame Indissolubile

    L’indagine ha confermato l’importanza del vincolo associativo in Cosa Nostra, paragonato da un boss al matrimonio: “Cosa nostra? ta maritasti sta mugghieri e ta puorti finu a vita”. Alcuni affiliati esprimono orgoglio per l’appartenenza all’organizzazione, presentandola come una scelta ideologica: “Non ho mai creduto io nella cosa nostra ai fini di scopo di lucro, io ho sempre pensato che a me … per nobili principi per me questo è quello che è cosa nostra … ci ho sempre creduto dal profondo del mio cuore”.

  • I boss fissati con la Cupola, i Carabinieri sentivano tutto, l’errore fatale e i nomi da decifrare

    I boss fissati con la Cupola, i Carabinieri sentivano tutto, l’errore fatale e i nomi da decifrare

    Un’imponente operazione antimafia ha portato all’arresto di 183 persone appartenenti a diverse famiglie mafiose di Palermo e provincia. L’inchiesta, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, ha svelato l’organigramma dei clan, i loro affari e l’ennesimo tentativo di Cosa Nostra di ricostituire la Cupola provinciale, sfruttando un mix di strategie tradizionali e moderne tecnologie.

    Il ritorno alle origini e l’uso della tecnologia

    Da un lato, il ritrovamento di un vecchio statuto dell’organizzazione, custodito segretamente, testimonia il legame con il passato e le radici profonde della mafia. Dall’altro, l’utilizzo di chat e videochiamate per organizzare riunioni e impartire ordini dimostra la capacità di adattamento ai tempi e l’adozione di nuove strategie per sfuggire alle indagini.

    L’azzeramento dei mandamenti e l’emergere di nuove figure

    L’operazione ha azzerato quattro mandamenti mafiosi – Porta Nuova, Tommaso Natale-San Lorenzo, Santa Maria di Gesù e Bagheria – e le relative famiglie, coinvolgendo anche figure chiave a Pagliarelli e alla Noce. Tra i nomi emersi spiccano quelli di Tommaso Lo Presti, Stefano Comandè, Francolino Spadaro, i fratelli Nunzio e Domenico Serio, Francesco Stagno, Guglielmo Rubino, Gino Mineo e Giuseppe Di Fiore.

    La difficoltà di ricostituire la cupola

    I precedenti tentativi di riorganizzare la cupola mafiosa, come quelli del 2008 e del 2018, sono stati stroncati dalle forze dell’ordine. Nonostante ciò, la mafia palermitana ha continuato a cercare di serrare i ranghi per “camminare e ingrandire”, come emerso dalle intercettazioni.

    Il vecchio statuto e le nuove comunicazioni

    Francesco Colletti, ex capomafia di Villabate, aveva già parlato di un regolamento scritto conservato a Corleone. L’esistenza di questo “statuto” è stata confermata in una riunione del 2022 a Butera. Consapevoli di essere sotto controllo, i boss hanno abbandonato le riunioni in presenza, preferendo chat e videochiamate.

    Cellulari in carcere e controllo a distanza

    Minuscoli cellulari e migliaia di SIM vengono introdotti nelle carceri, consentendo ai detenuti di continuare la loro attività mafiosa tramite videochiamate. Un cellulare “esterno” funge da “citofono” per collegare i boss detenuti alle riunioni virtuali. I carabinieri, però, sono riusciti a intercettare queste comunicazioni, sorprendendo diversi boss in flagrante.

    Il caso del pestaggio organizzato in videochiamata

    I Lo Presti, ad esempio, hanno organizzato il pestaggio di Giuseppe Santoro tramite una serie di telefonate, impartendo istruzioni e assistendo all’aggressione in diretta video.

    La commissione provinciale e le difficoltà di ricostituzione

    La commissione provinciale di Cosa Nostra stenta a ricostituirsi a causa dei continui arresti, come spiegato da Francesco Pedalino nel 2024. Ogni tentativo di riorganizzazione è stato prontamente smantellato dalle forze dell’ordine.

    L’errore fatale dei boss in chat

    Un errore fatale ha tradito Nunzio Serio e Francesco Stagno, che durante una conversazione su un carico di droga hanno rivelato i nomi dei partecipanti a una chat riservata, svelando così il gotha mafioso del momento: Tommaso Lo Presti, Guglielmo Rubino, Cristian Cinà e Giuseppe Auteri.

    I nomi da decifrare e l’ombra di Angelo Barone

    Tra i nomi presenti nella rubrica del cellulare sequestrato figura anche quello di Angelo Barone, imprenditore legato agli affari dei giochi e delle scommesse telematiche. Altri nomi, invece, restano da decifrare, come “Peppe”, “Mirco”, “Nipote”, “Chicco”, “Pitrino”, “Robert De Niro”, “l’uomo Ragno”, “Gesù”, “fratello Peppe”, “compà”, “Juri” e “Barba”.

    L’imponente operazione delle forze dell’ordine

    L’operazione ha visto l’impiego di circa 1.200 carabinieri, supportati da elicotteri e unità specializzate. L’inchiesta ha svelato l’organigramma delle principali famiglie mafiose, i loro affari e l’ennesimo tentativo di ricostituire la Cupola provinciale.

    La paura delle indagini e i piani di fuga

    Alcuni dei mafiosi arrestati stavano pianificando la latitanza, temendo l’arrivo di provvedimenti giudiziari. Uno di loro, dopo aver scoperto delle microspie, si è allontanato da Palermo per rifugiarsi al nord. Un altro, invece, progettava di fuggire all’estero con la famiglia, mettendo al sicuro il patrimonio accumulato con i giochi online.

    Le vecchie regole e l’orgoglio mafioso

    Nonostante l’evoluzione delle strategie, Cosa Nostra non rinuncia alle vecchie regole, come l’indissolubilità del vincolo associativo, paragonato al sacramento del matrimonio. Alcuni affiliati esprimono orgoglio per l’appartenenza all’organizzazione, presentandola come una scelta ideologica.

    La nostalgia per la vecchia mafia e la critica alle nuove leve

    Tra le fila mafiose emerge la nostalgia per la vecchia Cosa Nostra e i boss del passato, considerati più autorevoli e di maggiore spessore criminale rispetto alle nuove leve. Giancarlo Romano, capomafia di Brancaccio, critica il basso livello delle nuove reclute, rimpiangendo i tempi in cui i boss gestivano affari di ben altra portata.

  • Operazione antimafia a Palermo e provincia, il boss nostalgico del film Il Padrino

    Operazione antimafia a Palermo e provincia, il boss nostalgico del film Il Padrino

    L’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo che ha portato ai 181 arresti ha svelato un preoccupante sistema di comunicazione illegale all’interno delle carceri. Secondo gli inquirenti, i mafiosi detenuti utilizzerebbero microsim e cellulari criptati, introdotti clandestinamente nelle celle, per comunicare tra loro e impartire ordini all’esterno. Questo sofisticato sistema di comunicazione permetterebbe ai boss di aggirare le intercettazioni e continuare a gestire i propri affari criminali anche dietro le sbarre.

    Un sistema di comunicazione quasi impossibile da intercettare

    La particolarità di questo sistema risiede nell’utilizzo di telefoni “citofono”, apparecchi destinati esclusivamente alla ricezione delle chiamate provenienti dai cellulari criptati. Questa strategia rende estremamente difficile per le forze dell’ordine incrociare i dati e ricostruire le conversazioni, ostacolando le indagini. L’utilizzo di questa tecnologia dimostra un elevato livello di organizzazione e la capacità di adattamento delle organizzazioni mafiose alle nuove tecnologie.

    Traffici di droga e summit organizzati dal carcere

    Grazie a questi cellulari criptati, i boss mafiosi riuscirebbero a coordinare traffici di droga e organizzare summit anche durante la detenzione. Questo sistema di comunicazione illegale rappresenta una seria minaccia per la sicurezza nazionale, consentendo ai criminali di continuare a operare indisturbati e mantenere il controllo delle proprie organizzazioni. L’indagine della DDA di Palermo ha messo in luce la necessità di rafforzare i controlli all’interno degli istituti penitenziari e di adottare nuove strategie per contrastare l’utilizzo di tecnologie sempre più sofisticate da parte della criminalità organizzata.

    Nostalgia per la vecchia Cosa Nostra

    L’indagine ha inoltre rivelato una certa nostalgia tra le fila mafiose per la “vecchia” Cosa Nostra e per i boss del passato. Intercettazioni ambientali hanno registrato le conversazioni del capomafia di Brancaccio, Giancarlo Romano, che esprimeva il suo rammarico per il declino dell’organizzazione e criticava il livello delle nuove leve. Romano rimpiangeva i tempi in cui i boss mafiosi godevano di maggiore prestigio e spessore criminale, e criticava la facilità con cui i nuovi affiliati si pentivano dopo l’arresto.

    Il rimpianto per i boss del passato

    Il boss Romano, nelle sue conversazioni intercettate, esprimeva ammirazione per i boss del passato, ricordando il loro “potere” e la loro influenza negli ambienti politici ed economici. Faceva riferimento al film “Il Padrino” come esempio del tipo di potere e influenza che i mafiosi di un tempo erano in grado di esercitare. Romano criticava aspramente le nuove generazioni di mafiosi, accusandoli di essere troppo “bassi” e di non essere all’altezza dei loro predecessori. Secondo Romano, i veri affari, un tempo gestiti da Cosa Nostra, ora sarebbero nelle mani di altri.

  • Blitz antimafia nel Palermitano, in summit online i boss facevano nomi e cognomi di capi e picciotti

    Blitz antimafia nel Palermitano, in summit online i boss facevano nomi e cognomi di capi e picciotti

    Nella notte scorsa una imponente operazione antimafia a Palermo e provincia. Arrestate 181 persone. L’operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Palermo, ha visto l’esecuzione di 183 misure cautelari. I fermi, eseguiti dai Carabinieri del reparto operativo e del nucleo investigativo, hanno colpito diverse figure di spicco all’interno dell’organizzazione criminale, tra cui boss, colonnelli, uomini d’onore ed estortori.

    La sottovalutazione fatale dei boss

    L’indagine, guidata dal procuratore Maurizio de Lucia e dalla procuratrice aggiunta Marzia Sabella, ha rivelato un dettaglio sorprendente: la totale mancanza di precauzioni da parte di alcuni boss mafiosi durante le loro riunioni online. Convinti dell’impenetrabilità dei loro sistemi di comunicazione, i capi mafia hanno discusso apertamente strategie, organigrammi e nomi dei responsabili dei diversi mandamenti, ignari di essere intercettati dai Carabinieri. Questa sottovalutazione si è rivelata fatale, fornendo agli inquirenti prove cruciali per smantellare la rete criminale.

    La ricostruzione della Cupola

    L’operazione ha svelato il tentativo di Cosa Nostra di ricostituire la Cupola provinciale, un organo di coordinamento tra i diversi mandamenti mafiosi. L’obiettivo era quello di reagire alla forte pressione delle forze dell’ordine, che negli ultimi anni ha inferto duri colpi all’organizzazione criminale con migliaia di arresti. L’inchiesta ha permesso di ricostruire l’organigramma delle principali famiglie mafiose, mappando i loro affari illeciti e sventando il piano di riorganizzazione.

    I mandamenti coinvolti e le accuse

    L’operazione ha interessato diversi mandamenti mafiosi, tra cui Santa Maria di Gesù, Porta Nuova, San Lorenzo, Bagheria, Terrasini, Pagliarelli e Carini, dimostrando la vasta ramificazione dell’organizzazione criminale nel territorio palermitano e provinciale. Gli arrestati dovranno rispondere a diverse accuse, tra cui associazione mafiosa, tentato omicidio, estorsione aggravata dal metodo mafioso, traffico di stupefacenti, favoreggiamento, reati in materia di armi, contro il patrimonio e la persona, ed esercizio abusivo del gioco d’azzardo. Maggiori dettagli sull’operazione saranno forniti durante una conferenza stampa che si terrà presso il Comando provinciale dei Carabinieri di Palermo.

  • Operazione antimafia a Palermo: volevano ricostruire i clan I NOMI

    Operazione antimafia a Palermo: volevano ricostruire i clan I NOMI

    Un’operazione congiunta della Squadra Mobile di Palermo e del Servizio Centrale Operativo (SCO) ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Palermo. Diciannove gli indagati coinvolti, diciassette dei quali destinatari di custodia cautelare in carcere e due agli arresti domiciliari. Le accuse, a vario titolo, comprendono associazione di stampo mafioso, estorsione aggravata, intestazione fittizia di beni e altri reati connessi.

    Il contesto investigativo

    L’operazione si inserisce in un’indagine più ampia coordinata dalla DDA di Palermo, guidata dal Procuratore Maurizio de Lucia, che si concentra sul mandamento mafioso Uditore-Passo di Rigano. L’attività investigativa ha rivelato il tentativo di alcuni boss mafiosi, in particolare esponenti dell’ala corleonese di Cosa Nostra, di riconsolidare il proprio potere dopo aver scontato periodi di detenzione.

    La strategia criminale

    L’obiettivo principale dei boss mafiosi era quello di riaffermare il controllo sul territorio, gestendo le attività produttive, in particolare nel settore edile, all’interno del mandamento Uditore-Passo di Rigano. Questa strategia mirava a garantire vantaggi economici illeciti attraverso l’infiltrazione nel tessuto economico locale.

    Figure chiave dell’operazione

    Tra i principali indagati figura Franco Bonura, un boss mafioso che, dopo il suo rilascio dal carcere, avrebbe svolto un ruolo attivo nella riorganizzazione della rete criminale. L’obiettivo di Bonura era quello di riaffermare la propria autorità e influenza, condividendo i profitti derivanti dalle attività imprenditoriali controllate dall’organizzazione. Insieme a Bonura, sono stati arrestati anche Agostino Sansone e Girolamo Buscemi, tutti nomi noti alle cronache giudiziarie legate a Cosa Nostra.

    Collegamenti con politica e imprenditoria

    L’inchiesta, coordinata dal Procuratore de Lucia, dall’Aggiunto Marzia Sabella e dal Sostituto Procuratore Giovanni Antoci, ha documentato incontri tra gli indagati e esponenti del mondo politico e imprenditoriale siciliano. Questi incontri, finalizzati a stringere e consolidare relazioni, si sarebbero svolti in locali pubblici e in un fondo agricolo situato nell’area di Passo di Rigano.

    Il sequestro della discoteca Notr3

    Tra i beni sequestrati nell’ambito dell’operazione figura anche la discoteca Notr3, teatro dell’omicidio di Lino Celesia avvenuto due anni fa a seguito di una lite. Secondo gli inquirenti, il locale sarebbe riconducibile ad Agostino Sansone. Questo sequestro rappresenta un ulteriore colpo alle attività economiche controllate dall’organizzazione mafiosa.