Tag: Mafia

  • Messina Denaro il “don Giovanni”, spunta un’amante segreta

    Messina Denaro il “don Giovanni”, spunta un’amante segreta

    Spunta un’altra amante di Matteo Messina Denaro che, oltre alla maestra arrestata ieri, avrebbe avuto una relazione amorosa anche con un’altra donna, venuta allo scoperto subito dopo la cattura del capo di cosa nostra. “Mi corteggiò ma non sapevo fosse lui”, così avrebbe detto l’altra donna del boss.

    Un’altra amante di Matteo Messina Denaro, chi è?

    Pochi giorni dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro, infatti, la donna in questione è andata dai carabinieri con il suo avvocato a raccontare di aver avuto con quell’uomo una relazione. In realtà – avrebbe detto – lui si era presentato come Francesco Salsi, medico in pensione, e solo dopo la cattura lei, insegnante di matematica, aveva scoperto chi fosse davvero. Lui l’aveva corteggiata, pur sapendo che era sposata, ed era nato un rapporto. Una versione che cozzerebbe con il fatto che la donna in questione è moglie di un arrestato per mafia ritenuto vicino al boss di Campobello di Mazara Franco Luppino. Dell’amica del boss parla il gip che ieri ha disposto l’arresto di un’altra persona vicina al padrino, la maestra Laura Bonafede, figlia del boss di Campobello finita in manette per favoreggiamento e procurata inosservanza della pena ritenuta sentimentalmente vicina al boss.

    Cos’è emerso dalle pagine della misura cautelare?

    Nelle pagine della misura cautelare vengono fuori l’irritazione e la gelosia della maestra verso l’ultima frequentazione del capomafia. L’amica di Messina Denaro viene chiamata in codice da Bonafede “Sbreghisi”. Laura Bonafede, già venuta fuori nel corso delle indagini sulla latitanza del padrino e immortalata dalle videocamere mentre parlava col boss al supermercato di Campobello due giorni prima del suo arresto, avrebbe provveduto alle necessità di vita quotidiana del latitante, gli avrebbe fatto la spesa per fargli avere rifornimenti temendo che potesse essere contagiato dal Covid e non potesse uscire, avrebbe condiviso con lui un linguaggio cifrato per tutelare l’identità di altri protagonisti della rete di protezione del boss e curato con maniacale attenzione la sua sicurezza. Alla maestra sarebbe anche stato bloccato lo stipendio. Contestualmente è stato attivato un procedimento disciplinare volto ad accertare ogni ulteriore elemento per valutare la condotta della docente.

    Come si è sviluppato il rapporto tra Laura Bonafede e il capomafia?

    “Laura Bonafede, dopo avere conosciuto Matteo Messina Denaro nel 1997, ha addirittura instaurato con lo stesso uno stabile rapporto quasi familiare coinvolgente anche la figlia Martina Gentile, durato dal 2007 sino al dicembre 2017 quando venne necessariamente interrotto a seguito di un’importante ennesima operazione di polizia, per poi riprendere, appena ‘calmatesi le acque’ negli ultimi anni sino all’arresto del latitante il 16 gennaio 2023”. Lo scrive il gip Alfredo Montalto nell’ordinanza di custodia cautelare che ha disposto il carcere per Laura Bonafede, figlia del boss di Campobello per anni la donna di Messina Denaro. Laura Bonafede, insomma, era legata a Matteo Messina Denaro “da un pluridecennale rapporto ed aveva, in molteplici occasioni, condiviso con lui spazi di intimità familiare, a volte in compagnia della figlia tanto che i tre si definivano ‘una famiglia’”.

  • È vicino alla famiglia mafiosa di Misilmeri, confisca di 2 milioni a Stefano Polizzi

    È vicino alla famiglia mafiosa di Misilmeri, confisca di 2 milioni a Stefano Polizzi

    Le attività d’indagine finalizzate all’individuazione delle disponibilità economico-imprenditoriali riconducibili ad appartenenti all’organizzazione mafiosa “Cosa Nostra”, svolte dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Palermo, avevano già portato nel novembre del 2013, all’emissione da parte della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, che aveva accolto le richieste della locale Procura della Repubblica, di un provvedimento di sequestro di beni per un valore complessivo di circa 2.000.000 euro a carico di Stefano Polizzi, di 67 anni.

    Con il provvedimento di oggi la confisca di primo grado emessa dalla stessa Autorità Giudiziaria nel maggio del 2020, è stata dichiarata irrevocabile con Sentenza della Corte di Cassazione e l’ingente patrimonio, riconducibile a “Cosa Nostra”, è entrato definitivamente a far parte del patrimonio dello Stato. Stefano Polizzi, era stato tratto in arresto nell’aprile del 2012, nell’ambito dell’operazione denominata “Sisma”, per aver commesso due tentate estorsioni aggravate, ritenuto persona particolarmente vicina ai vertici della famiglia mafiosa di Misilmeri, riportando la condanna ad anni 4 di reclusione, divenuta irrevocabile nel marzo del 2017.

    Polizzi al momento è detenuto presso la Casa Circondariale di Santa Maria Capua Venere, perché successivamente all’espiazione della citata pena detentiva, è stato nuovamente tratto in arresto nel novembre del 2018 nell’ambito dell’operazione denominata “CUPOLA 2.0”, per essere stato il reggente della famiglia mafiosa di Bolognetta, in qualità di reggente, riportando la condanna di primo grado ad anni 17 di reclusione.

    Sono stati confiscati in tutto beni per 2 milioni di euro, tra cui, due imprese a Bolognetta nel settore edile, un immobile a Bolognetta, una quota di un panificio a Marineo, un immobile a Marineo, 5 appezzamenti di terreno a Bolognetta, un abitazione rurale a Bolognetta, 8 automezzi e 8 rapporti bancari.

  • Colpo a Cosa nostra, sequestrati impresa edile e conti per 1 milione

    Colpo a Cosa nostra, sequestrati impresa edile e conti per 1 milione

    La polizia su proposta congiunta del procuratore è del questore di Palermo, ha dato esecuzione al decreto del Tribunale di Palermo – Sezione Misure di Prevenzione, con il quale ha disposto nei confronti di Giuseppe Sansone, di 72 anni, il sequestro di un’impresa edile di proprietà di un congiunto. L’azienda si trova a Palermo, in zona Uditore. Sequestrati anche diversi rapporti finanziari intestati a Sansone e ai suoi familiari, per un valore di circa un milione di euro.

    In una nota la questura sottolinea che la caratura criminale di Sansone, al momento detenuto, in qualità di esponente di spicco della famiglia mafiosa di Uditore, inserita nel mandamento mafioso di Passo di Rigano-Boccadifalco, emerge sin dagli anni Novanta, quando lo stesso è stato destinatario della sentenza irrevocabile di condanna per il reato di associazione di stampo mafioso. In particolare, la questura ricorda il suo ruolo di soggetto stabilmente inserito nel sistema di spartizione degli appalti di Cosa nostra, nonché quello di uomo di fiducia del boss Totò Riina, per il quale si è messo a disposizione durante la sua latitanza, anche come autista. Infatti, spiega la polizia, in seguito alla cattura di Riina, nel gennaio del 1993, durante la perquisizione effettuata all’interno dell’abitazione presso la quale lo stesso ha trascorso l’ultimo periodo di latitanza, sono stati ritrovati appunti manoscritti con riferimenti anche ad altri membri della famiglia di Sansone.

    «L’indiscussa pericolosità di Giuseppe Sansone – scrive in una nota la questura – è stata sancita negli anni Novanta anche dal decreto di applicazione nei suoi confronti della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza con obbligo di soggiorno per 4 anni, nonché della confisca di beni, emessa anche nei confronti del fratello Gaetano, essendo stato riconosciuto come l’attività imprenditoriale dei due fratelli fosse funzionalmente collegata a manifestazioni di condizionamento mafioso per l’aggiudicazione dei pubblici appalti».

    Il ruolo operativo di Giuseppe Sansone emerge dalle indagini passate come da quelle recenti, a testimonianza della sua influenza imprenditoriale esercitata con continuità dagli anni Ottanta e Novanta fino ad oggi, caratterizzata dall’utilizzo della forza intimidatrice esercitata da Cosa nostra nel campo degli affari, in particolare nel campo dell’edilizia. La società sequestrata oggi, 20 febbraio, costituita nel 2006 da Giuseppe Sansone assieme alla moglie, nel 2008 è stata trasferita ad un congiunto, nonostante lo stesso non disponesse dei redditi sufficienti per fare fronte all’investimento necessario per l’acquisto delle quote della società stessa. Le intercettazioni telefoniche hanno consentito di accertare che, anche dopo la cessione dell’azienda, la gestione di fatto è rimasta pienamente in capo a Sansone, il quale ha continuato ad occuparsi di procacciare lavori alla società, di decidere in ordine all’acquisto dei beni strumentali e all’assunzione degli operai, nonché di curare i rapporti con i clienti ed i fornitori.

    L’Ufficio Misure di prevenzione patrimoniali della questura di Palermo ha avviato le indagini che hanno permesso di individuare i beni oggetto del sequestro, formalmente intestati ai familiari, ma di fatto riconducibili a Sansone, che, in virtù della sua posizione di spicco all’interno di Cosa nostra, ha potuto investire ingenti capitali, frutto di illecita provenienza, per l’acquisizione di tali beni.

  • Colpo alla mafia del palermitano, beni confiscati a due boss di Carini e Bolognetta: valore un milione

    Colpo alla mafia del palermitano, beni confiscati a due boss di Carini e Bolognetta: valore un milione

    Ennesimo colpo a cosa nostra, i carabinieri sequestrano beni per oltre un milione di euro ad esponenti mafiosi di Bolognetta e Carini.

    Le attività d’indagine finalizzate all’individuazione delle disponibilità economico-imprenditoriali riconducibili ad appartenenti all’organizzazione mafiosa “Cosa nostra”, svolte dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Palermo, avevano già portato, rispettivamente, nel giugno e luglio del 2020 all’emissione da parte della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo, che aveva accolto le richieste della locale Procura della Repubblica, di un provvedimento di sequestro beni a carico di Cireco Pietro, nato a Bolognetta (PA) il 10.02.1940 e deceduto il 08.12.2020, e di un altro provvedimento di sequestro beni a carico di Pipitone Benedetto, nato a Palermo il 29.08.1974.

    Gli odierni provvedimenti hanno consentito di confiscare, in primo grado, un ingente patrimonio, quantificabile in circa 1.000.000 di euro, riconducibile a “Cosa nostra”.

    Cireco Pietro era stato tratto in arresto nell’operazione denominata “Jafar” con l’accusa di aver fatto parte della famiglia mafiosa di Bolognetta, in particolare per aver fornito informazioni utili per la realizzazione di attività criminali nel territorio di competenza da parte di altri associati, attivandosi per sostenere economicamente i sodali detenuti, sollecitando la c.d. “messa a posto”, riportando una condanna di primo grado ad anni 9 e mesi 3 di reclusione.

    Il provvedimento di confisca ha riguardato i seguenti beni, del valore complessivo di circa 800.000 euro:

    – quota pari al 23% della società edile “MEDIBETON S.R.L. IN LIQUIDAZIONE” sita in Bolognetta (PA);

    – quota pari all’80% dei seguenti immobili:

    ü nr. 02 abitazioni site in Bolognetta (PA);

    ü nr. 01 fabbricato adibito a negozio sito in Bolognetta (PA);

    ü nr. 01 magazzino sito in Bolognetta (PA);

    ü nr. 01 autorimessa sita in Bolognetta (PA);

    ü nr. 01 fabbricato in corso di costruzione sito in Bolognetta (PA);

    ü nr. 01 lastrico solare sito in Bolognetta (PA);

    – nr. 02 appezzamenti di terreno, comprensivi degli immobili con piscina ivi presenti, siti in Bolognetta (PA).

    Pipitone Benedetto, era stato tratto in arresto nell’operazione denominata “Destino” con l’accusa di aver fatto parte della famiglia mafiosa di Carini, riportando una condanna di primo grado ad anni 7 di reclusione, confermata dalla locale Corte d’Appello, per i delitti di estorsione aggravata in concorso, di incendio, uccisione di animali, detenzione e porto illegale di arma da fuoco e favoreggiamento reale, annullata parzialmente dalla Corte di Cassazione per quanto riguarda i reati di estorsione aggravata e di favoreggiamento reale.

    Il provvedimento di confisca ha riguardato i seguenti beni, del valore complessivo di circa 200.000 euro:

    – nr. 02 fabbricati quasi completamente diruti siti in Carini (PA);

    – nr. 01 appezzamento di terreno sito in Carini (PA);

    – nr. 6 rapporti bancari.

  • Colpo a Cosa nostra, sequestri di beni agli eredi del boss di Misilmeri

    Colpo a Cosa nostra, sequestri di beni agli eredi del boss di Misilmeri

    La Procura della Repubblica di Palermo e il Nucleo Investigativo dei Carabinieri hanno identificato e sequestrato le risorse economiche e imprenditoriali legate a “Cosa Nostra”. Le indagini hanno portato all’emissione di un provvedimento di sequestro dei beni per un valore complessivo di circa 500.000 euro a carico degli eredi di Vincenzo Sucato.

    Vincenzo Sucato è stato arrestato nell’ambito dell’operazione “Cupola 2.0” e accusato di essere il reggente della famiglia mafiosa di Misilmeri, dove ha curato e pianificato la gestione delle estorsioni sul territorio. Vincenzo Sucato è deceduto nel 2020 mentre era detenuto in attesa di un processo.

    Il provvedimento di sequestro ha riguardato una quota del 50% della società MI.SA.C. S.R.L., un edificio e tre appezzamenti di terreno a Misilmeri, così come otto rapporti bancari.

  • Stefania Petyx aggredita, e quasi investita, nella città di Matteo Messina Denaro

    Stefania Petyx aggredita, e quasi investita, nella città di Matteo Messina Denaro

    La giornalista di Striscia La Notizia, Stefania Petyx, aggredita durante una missione a Campobello di Mazara, nota per essere una zona d’influenza del boss mafioso Matteo Messina Denaro. La Petyx stava chiedendo ai cittadini di fare un selfie per dimostrare la loro opposizione alla mafia, accompagnata dal suo bassotto, ma invece di ricevere sostegno, è stata oggetto d’insulti, minacce e quasi investita da un motociclista.

    Striscia La Notizia ha diffuso un’anticipazione del video dell’aggressione, che verrà trasmesso integralmente questa sera alle 20:35 su Canale 5. Nelle immagini diffuse in anteprima dal programma satirico, si vede la Petyx avvicinarsi a un uomo che reagisce in modo aggressivo. La notizia dell’aggressione ha suscitato indignazione e solidarietà nei confronti della giornalista e del suo lavoro contro la mafia.

  • Trovati dai Carabinieri gli storici RayBan di Matteo Messina Denaro

    Trovati dai Carabinieri gli storici RayBan di Matteo Messina Denaro

    I Carabinieri di Trapani hanno compiuto una scoperta importante durante una perquisizione nella casa della famiglia del capo di cosa nostra Matteo Messina Denaro. Nell’abitazione di via Alberto Mario a Castelvetrano, ultima residenza del boss prima della latitanza, sono stati trovati oggetti storici come gli iconici occhiali da sole Ray-Ban a goccia indossati da Messina Denaro da giovane. Erano chiusi in una scatola.

    I Carabinieri hanno anche trovato bottiglia di champagne e il libro “Facce da mafiosi”. La casa era abitata dalla madre del boss al momento della perquisizione. Le foto della giovinezza del padrino mostrano spesso l’utilizzo degli occhiali ritrovati. In molte foto da giovane il padrino appare con gli occhiali da sole ritrovati.

     

  • La mafia vi uccise Peppino Impastato, partono i lavori di restauro del casolare di Cinisi

    La mafia vi uccise Peppino Impastato, partono i lavori di restauro del casolare di Cinisi

    La Regione Siciliana ha ufficialmente avviato i lavori di restauro del casolare di Cinisi, dove il giornalista Peppino Impastato fu assassinato dalla mafia nel 1978. Il cantiere, finanziato con risorse del Fondo sviluppo e coesione 2014-2020, per un importo totale di 126 mila euro, è stato inaugurato con la consegna ufficiale dei lavori.

    Il governatore Renato Schifani ha dichiarato che “preservare i luoghi della nostra storia e valorizzare la memoria collettiva è un dovere imprescindibile per la crescita sana della nostra terra. Il sacrificio di persone coraggiose come Peppino Impastato, che sono state pronte a rinnegare anche la propria famiglia per liberare la Sicilia dalla mafia, deve essere d’esempio per ognuno di noi e soprattutto per chi rappresenta le istituzioni.”

    Il progetto di restauro del fabbricato e del terreno circostante, espropriati ed entrati in possesso del patrimonio della Regione nel 2020, è stato redatto dalla Soprintendenza dei Beni culturali e ambientali di Palermo, diretta da Selima Giuliano, che era presente alla consegna dei lavori. L’obiettivo è di migliorare la fruizione pubblica della struttura esistente, tutelando al contempo la sua integrità. Le opere di ristrutturazione sono previste per essere completate entro luglio.

    L’assessore regionale ai Beni culturali e all’identità siciliana, Francesco Paolo Scarpinato, ha dichiarato che “il nostro obiettivo è quello di restituire al più presto questo luogo, dalla forte valenza simbolica di testimonianza di civiltà e di lotta alla criminalità organizzata, al “percorso della memoria” in ricordo delle vittime di mafia. È un bene di tutti che abbiamo preso l’impegno di tutelare e valorizzare”.

  • La mafia di Mezzomonreale voleva ammazzare un architetto

    La mafia di Mezzomonreale voleva ammazzare un architetto

    «Io gli scippo la testa! Anzi, una volta l’ho salutato pure, perché io lo devo ammazzare vero non per scherzo! Ci vorrebbe non salutarlo pure perché io lo devo ammazzare vero, non per scherzo non gliel’ho detto mai». Queste le parole intercettate dai Carabinieri e pronunciate da Gioacchino Badagliacca, uno degli arrestati dai carabinieri nel blitz antimafia eseguito nel quartiere di Palermo Rocca-Mezzomonreale.

    Gli investigatori hanno scoperto un progetto di omicidio pianificato da alcuni dei membri della famiglia contro un architetto. Le conversazioni sono state captate in tempo reale durante una riunione mafiosa che si è svolta a settembre in una città della provincia di Caltanissetta.

    Secondo il provvedimento del gip Lirio Conti, il rancore contro l’architetto era nutrito da Gioacchino Badagliacca già dall’anno 2020, a causa di alcuni errori nella gestione della pratica amministrativa relativa alla regolarizzazione di un edificio di proprietà di Badagliacca e nella disponibilità del figlio, tanto che era stato notificato l’ordine di demolizione. Durante la riunione, il capofamiglia Pietro Badagliacca ha sancito un vero e proprio patto di sangue con il nipote Gioacchino, promettendo di uccidere l’architetto prima di morire.

    Gli arrestati finiti in carcere sono Pietro, Gioacchino e Angelo Badagliacca, Marco Zappulla e Pasquale Saitta. Ai domiciliari sono andati Michele Saitta e Antonino Anello.

  • Fu strangolato e sciolto nell’acido, Giuseppe oggi avrebbe compiuto 42 anni

    Fu strangolato e sciolto nell’acido, Giuseppe oggi avrebbe compiuto 42 anni

    Fu strangolato e sciolto nell’acido dopo aver trascorso venticinque mesi rinchiuso in una prigione buia e fredda sottoterra. Giuseppe Di Matteo,  bambino di soli tredici anni, fu rapito da mafiosi travestiti da poliziotti della Dia, promettendogli che lo avrebbero portato a incontrare il padre allora sotto protezione e lontano dalla Sicilia. Giuseppe oggi avrebbe compiuto quarantadue anni.

    “Siamo apparsi angeli ma in realtà eravamo dei lupi”

    «Agli occhi del ragazzo siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi. Lui era felice, diceva “Papà mio, amore mio”», ha raccontato il pentito Gaspare Spatuzza, che prese parte al rapimento ordinato da Giovanni Brusca, allora latitante.

    I trasferimenti in masserie e case disabitate

    Il bambino fu legato e lasciato nel cassone di un furgoncino, prima di essere consegnato ai suoi carcerieri. Per tutto il 1994 fu spostato in varie masserie e case disabitate del trapanese e dell’agrigentino, fino a quando nell’estate 1995 fu rinchiuso in un vano sotto il pavimento di un casolare nelle campagne di San Giuseppe Jato, dove rimase per 180 giorni.

    Il tragico epilogo

    L’11 gennaio 1996, il tragico epilogo: Giuseppe, ormai dimagrito e indebolito, venne prima strangolato e poi sciolto nell’acido, qualche giorno prima del suo quindicesimo compleanno. Per il sequestro e l’omicidio di Giuseppe, sono stati condannati all’ergastolo circa 100 mafiosi. Tra questi, Matteo Messina Denaro e Giovanni Brusca: il primo catturato qualche giorno fa, il secondo scarcerato dopo il suo pentimento.