Tag: Mafia

  • Colpo a cosa nostra, sequestro di beni per 730 mila euro a due mafiosi palermitani

    Colpo a cosa nostra, sequestro di beni per 730 mila euro a due mafiosi palermitani

    Confiscati beni per circa 700 mila euro a due palermitani arrestati nel corso dell’operazione Apocalisse dei carabinieri del comando provinciale di Palermo. Le indagini del nucleo investigativo avevano portato ai provvedimenti emessi dalla sezione misure di prevenzione del tribunale nei confronti di Epifanio Aiello, 55 anni, per 530 mila euro e per 200 mila euro nei confronti di Marcello Puccio, 42 anni. Adesso è stata dichiarata l’irrevocabilità delle confische e l’ingente patrimonio, riconducibile a “Cosa nostra”, è entrato definitivamente a far parte del patrimonio dello Stato.

    Epifanio Aiello, detto Fanuzzo, era stato arrestato con l’accusa di aver fatto parte della famiglia mafiosa di Palermo Partanna Mondello. E’ stato condannato di primo grado a 8 anni e 8 mesi di reclusione, confermata nei successivi gradi di giudizio. Sono stati confiscati l’intero capitale sociale, con relativo complesso di beni aziendali della società edile “Ca.Vin.Da Srl”, di Palermo, 7 rapporti bancari; 2 veicoli.

    Marcello Puccio era stato arrestato con l’accusa di aver fatto parte della famiglia mafiosa di Palermo San Lorenzo, e di estorsioni. E’ stato condannato in primo grado a 8 anni e 8 mesi di reclusione, aumentata in appello a 10 anni di reclusione, confermata nel successivo grado di giudizio. Sono stati confiscati i 3/5 di un’abitazione a Palermo e 2 rapporti bancari.

  • Blitz antimafia a Belmonte Mezzagno, I NOMI degli arrestati

    Blitz antimafia a Belmonte Mezzagno, I NOMI degli arrestati

    Operazione antimafia a Belmonte Mezzagno, nel Palermitano da parte dei Carabinieri su richiesta della Dda.

    I nomi degli arrestati

    In carcere vanno Agostino Giocondo, 52 anni di Belmonte Mezzagno, Gregorio Crini, 56 anni, di Belmonte Mezzagno, Pietro Gaeta, 38 anni, di Palermo, Giovan Battista Martini, 60 anni di Belmonte Mezzagno, Pietro Pizzo, 52 anni di Belmonte Mezzagno, Giuseppe Martorana, 47 anni, di Palermo, Salvatore Billeci, 38 anni, di Palermo, Vincenzo Sunseri, 22 anni, di Palermo e Salvatore Giocondo, 28 anni, Palermo.

    L’indagine della DDA

    L’accusa è, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, porto e detenzione di armi clandestine e ricettazione, questi ultimi reati aggravati dal metodo e dalle modalità mafiose. I Carabinieri nel corso dell’operazione eseguita all’alba a Belmonte Mezzagno, hanno anche trovato armi e droga. In particolare, 3 pistole, una calibro 38, una 7,65 e una piccola a tamburo, tutte con matricola abrasa, una vecchia carabina e circa 50 colpi per 7,65 e per 38. Trovati anche 40 grammi di hashish. Le armi saranno spedite ai Ris di Messina per verificare se sono state utilizzate per compiere delitti efferati come quelli compiuti nel mandamento negli ultimi anni.

    Tre omicidi e un tentato omicidio

    L’operazione antimafia di questa mattina a Belmonte Mezzagno colpisce il mandamento mafioso di Misilmeri e Belmonte Mezzagno. L’indagine dell’operazione Limes, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Guido, è iniziata nel gennaio 2020, dopo tre omicidi e un tentato omicidio a Belmonte Mezzagno. Sotto i colpi dei killer furono uccisi Vincenzo Greco, manovale di 36 anni, il commercialista Antonio Di Liberto, 49 anni, e Agostino Alessandro Migliore, 45 anni, commerciante fratello di Giovanni Migliore ritenuto uomo d’onore della famiglia mafiosa del mandamento. Il tentato omicidio fu quello di Giuseppe Benigno che avvenne in pieno giorno e in centro.

    Agostino Giocondo, chi è

    Secondo le indagini dei carabinieri nel mandamento di Belmonte Mezzagno, dopo i fatti di sangue, a gestire le sorti del mandamento sarebbe stato Agostino Giocondo che avrebbe cercato di mantenere l’ordine pubblico sul territorio, risolvere le controversie tra i privati e si sarebbe occupato del sostentamento dei detenuti. Giocondo avrebbe fatto restituire la refurtiva rubata a un commerciante, finito anche lui agli arresti, ritenuto vicino alla famiglia mafiosa dell’intimidazione avrebbe limitato la libertà d’iniziativa economica locale, e l’apertura di esercizi concorrenti. La famiglia mafiosa poteva contare su un arsenale di armi il cui custode era lo stesso Agostino Giocondo.

  • Colpo alla mafia di Palermo, Cassazione infligge oltre un secolo di carcere

    Colpo alla mafia di Palermo, Cassazione infligge oltre un secolo di carcere

    La Cassazione infligge oltre un secolo di carcere a esponenti di cosa nostra di Palermo arrestati nel corso di due operazioni antimafia della Dda di Palermo tra il 2014 e del 2015. Il colpo è stato inferto ai clan e i vertici dei mandamenti di Tommaso Natale e San Lorenzo e della cosca dell’Acquasanta.

    La Suprema Corte ha emesso la sentenza per uno dei processi alla mafia palermitana nato dall’operazione Apocalisse. Per 10 imputati è arrivata la condanna definitiva. In particolare, per Domenico Barone, 13 anni e mezzo, Giuseppe Calvaruso, 17 anni e 10 mesi, Girolamo D’Alessandro, 2 anni e 8 mesi, Ignazio Di Maria, 14 anni e mezzo, Salvatore D’Urso, 16 anni, Sebastiano Filingeri, 16 anni, Girolamo Taormina, 13 anni, Agostino Matassa, 14 anni e mezzo, Francesco La Barbera, 7 anni e Giuseppe Faraone, 4 anni e mezzo, quest’ultimo ex assessore alla Provincia e consigliere comunale.

    Solo la condanna per Giuseppe Messia, difeso dall’avvocato Claudio Gallina Montana e Giovanni Mannino, è stata annullata con rinvio. Si dovrà celebrare un nuovo processo, in appello era stato condannato a sette anni. E’ stato assolto Camillo Graziano, 54 anni, in primo grado era stato condannato a 15 anni. In appello Graziano, difeso dagli avvocati Loredana Lo Cascio e Raffaele Bonsignore, era stato assolto.

  • Colpo al mandamento di Passo di Rigano, sequestro di beni per 2 milioni

    Colpo al mandamento di Passo di Rigano, sequestro di beni per 2 milioni

    Scatta il sequestro di beni per due milioni di euro nei confronti di alcuni presunti esponenti del clan di Passo di Rigano, a Palermo. Lo ha disposto l’ufficio misure di prevenzione patrimoniali della divisione anticrimine della questura di Palermo.

    I sequestri colpiscono Tommaso Inzerillo, 72 anni, Francesco Inzerillo, 65 anni, Giuseppe Spatola, 46 anni. Ma anche Benedetto Militello, 34 anni, Antonino Lo Presti, 35 anni, Antonino Fanara, 36 anni, Alessandro Mannino, 61 anni.

    In particolare, gli agenti hanno posto i sigilli a 7 imprese, un immobile, 9 autovetture, 17 rapporti finanziari, una quota del 50% del capitale di srl. Un’impresa attiva nel settore del commercio alimentare è stata posta in amministrazione finanziaria.

    Le indagini in collaborazione con l’FBI

    Il provvedimento di sequestro trae origine da indagini eseguite dal servizio centrale operativo (Sco)  con l’Fbi di New York, nel corso dell’operazione “New Connection”. Il blitz ha portato ad arresti in carcere e ai domiciliari ad alcuni indagati per associazione mafiosa. Tra le accuse anche estorsione aggravata, trasferimento fraudolento di valori aggravato, concorrenza sleale aggravata dal metodo mafioso e altro.

    Le indagini hanno ricostruito i ruoli e le responsabilità dei proposti nell’ambito del mandamento mafioso di Passo di Rigano – Boccadifalco, nel quale sono inserite, storicamente, le famiglie mafiose di Passo di Rigano, Uditore, Boccadifalco e Torretta. Al vertice del mandamento ci sarebbero i componenti della famiglia Inzerillo che possono contate con rapporti privilegiati con la famiglia americana.

    Il mandamento di Passo di Rigano

    I sequestri sono scattati agli uomini che farebbero capo a Tommaso Inzerillo del mandamento di Passo di Rigano, già condannato in via definitiva per associazione a delinquere di stampo mafioso e più volte sottoposto a misure di prevenzione e di sicurezza.

    Tra i beni sequestrati c’è anche l’impresa “Karton Plastik” attiva nel settore della commercializzazione all’ingrosso di carta e cartoni, con sede a Palermo in via Castellana, riconducibile a Francesco Inzerillo, ma formalmente intestata alla moglie, nonché l’impresa “Edil Decor”, riconducibile ad Alessandro Mannino, con sede a Palermo in via Leonardo da Vinci, attiva nel settore dell’edilizia.

  • Allerta nel Palermitano, al potere i capi mafia scarcerati

    Allerta nel Palermitano, al potere i capi mafia scarcerati

    La maggioranza dei boss mafiosi che escono dal carcere tornano a delinquere fin da subito. Lo dicono le indagini della Procura di Palermo. Sono dati preoccupanti quelli emersi durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario.

    Cosa nostra si rigenera

    “La quasi totalità dei mafiosi che escono dal carcere per fine pena ricomincia a delinquere lo stesso giorno”. L’allarme arriva dalla procuratrice generale reggente Annamaria Palma.

    “I boss sono osannati nelle feste di quartiere. E riprendono i posti che avevano lasciato”. E a Palermo come del resto in tutta la Provincia di Palermo sono numerosi i mafiosi appena liberati e già tornati a sedere le sedie più alte delle gerarchie criminali.

    La mafia continua a controllare il territorio

    Cosa nostra nel Palermitano continua a controllare la vita e l’economia dei quartieri dove esercita la sua mediazione per risolvere conflitti familiari e sentimentali, riscuotere crediti e non solo. Nel corso dell’emergenza sanitaria le cosche pare abbiano anche avuto un ruolo predominante, mettendosi spesso al posto dello Stato. I boss, inoltre, non avrebbero avuto alcuna riserva nei confronti di attività economiche piegate dalla crisi. Sono ben 216 le estorsioni accertate nella provincia di Palermo. Solo il 6% degli imprenditori taglieggiati ha denunciato.

    Come riporta il Sole 24 Ore, Anna Maria Palma, procuratrice generale facente funzioni, è chiara: «Non si abolisca l’ergastolo ostativo». Forte il segnale d’allarme sul fronte dell’indebita percezione di contributi e finanziamenti pubblici: «Il trend è in esponenziale aumento – dice il magistrato –. Registriamo un vertiginoso incremento, riconducibile anche a finanziamenti agevolati e contributi pubblici per l’emergenza sanitaria covid-19, nell’indebita percezione di contributi (+ 225%).

    Ora è allerta elezioni

    Crescono del 160% i reati di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, le truffe in
    danno dello Stato o altro ente pubblico sono aumentate del 203%. I reati per indebita percezione del reddito di cittadinanza un aumento del 992%. Quest’anno per il nostro distretto sono presenti ancora maggiori alert: non solo i fondi del Pnrr, ma anche le elezioni politico-amministrative che da sempre sono mezzo e fine per la mafia di maggiori e più idonei strumenti per infiltrarsi nel tessuto sociale».

  • L’orrore della mafia, si sentono ancora le urla del piccolo Giuseppe Di Matteo

    L’orrore della mafia, si sentono ancora le urla del piccolo Giuseppe Di Matteo

    Probabilmente, il piccolo Di Matteo, nemmeno sapeva di quali orribili affari si occupava il padre, il quale, trovato uno spiraglio di salvezza con il pentimento, decise di diventare collaboratore di giustizia. L’allontanarsi dalla mafia ha però purtroppo condannato il figlio – solo un bambino – Giuseppe Di Matteo, ad anni di dolori e tristezza, culminati con la peggiore delle morti. Oggi è il giorno del 26° anniversario dell’uccisione del piccolo innocente, una giornata in ricordo del piccolo barbaramente ucciso dalla mafia l’11 gennaio del 1996.

    Il piccolo Di Matteo nacque nel 1981, e a soli 12 anni fu rapito da alcuni mafiosi travestiti da agenti della DIA, che gli avevano fatto credere che avrebbe rivisto presto il padre. Spatuzza, uno dei presunti rapitori ha dichiarato che:” “Agli occhi del ragazzo siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi. Lui era felice, diceva ‘Papà mio, amore mio”.

    Il ragazzo passò diverse ore legato in un cassone di un furgoncino prima di essere consegnato ai suoi rapitori.
    Per più di 2 anni il piccolo Giuseppe venne fatto vivere in case abbandonate da anni nelle provincie di Palermo, Trapani e Agrigento. Visse in condizioni precarie, esposto al gelo dell’invero e al caldo dell’estate.

    L’ultima tappa, prima della sua triste fine fu una stanza-bunker in una casa di San Giuseppe Jato, dove trascorse gli ultimi 180 giorni di vita. Dopo che il padre collaborò all’ergastolo di Brusca per l’omicidio di Ignazio Salvo, egli stesso ordinò a Enzo Brusca, Vincenzo Chiodo e Giuseppe Monticciolo di uccidere il ragazzo.

    Questo è forse il peggiore omicidio di mafia, questa volta gli “uomini d’onore” non se la presero con magistrati, Carabinieri e rappresentanti dello stato, ma con un innocuo bambino, “colpevole” soltanto di aver avuto un padre pentito.

    Ecco, l’orribile ricostruzione dei fatti di Vincenzo Chiodo durante il processo

    «Io ho detto al bambino di mettersi in un angolo, cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io ho detto, si è messo faccia al muro. Io ci sono andato da dietro e ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l’ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino e Monticciolo si stava già avviando per tenere le gambe, gli dice ‘mi dispiace’ rivolto al bambino ‘tuo papà ha fatto il cornuto’ (…) il bambino non ha capito niente, perché non se l’aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era… come voglio dire, non aveva la reazione di un bambino, sembrava molle… anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente la mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro… cioè questo, il bambino penso non ha capito niente. Sto morendo, penso non l’abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo questo e non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi. (…) io ho spogliato il bambino e il bambino era urinato e si era fatto anche addosso dalla paura di quello che abbia potuto capire o è un fatto naturale perché è gonfiato il bambino. Dopo averlo spogliato, ci abbiamo tolto, aveva un orologio da polso e tutto, abbiamo versato l’acido nel fusto e abbiamo preso il bambino. Io ho preso il bambino. Io l’ho preso per i piedi e Monticciolo e Brusca l’hanno preso per un braccio l’uno così l’abbiamo messo nell’acido e ce ne siamo andati sopra. (…) io ci sono andato giù, sono andato a vedere lì e del bambino c’era solo un pezzo di gamba e una parte della schiena, perché io ho cercato di mescolare e ho visto che c’era solo un pezzo di gamba… e una parte… però era un attimo perché sono andato… uscito perché lì dentro la puzza dell’acido era… cioè si soffocava lì dentro. Poi siamo andati tutti a dormire».