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  • Strage di Monreale, la lettera a Mattarella e Meloni accusa il silenzio dello Stato

    Strage di Monreale, la lettera a Mattarella e Meloni accusa il silenzio dello Stato

    Il deputato regionale Ismaele La Vardera ha incontrato i familiari di Massimo Pirozzo, una delle giovani vittime della strage di Monreale del 27 aprile 2025. L’incontro, avvenuto in Parlamento e documentato dallo stesso La Vardera sui social, è stato richiesto dal fratello della vittima, Marco Pirozzo, che ha consegnato al deputato una lettera toccante indirizzata al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

    La sorella di Massimo e la sua fidanzata, testimone oculare dell’omicidio, hanno condiviso con La Vardera il loro straziante racconto. La fidanzata, in particolare, ha descritto gli ultimi istanti di vita di Massimo, momenti che hanno profondamente scosso il deputato. I familiari, giovani come La Vardera, hanno rivolto un appello disperato: “Non lasciateci soli”. Il deputato si è impegnato a fare tutto ciò che rientra nelle sue prerogative per sostenerli e ha annunciato l’intenzione di presentare una mozione al presidente della Regione per l’impiego dell’esercito nei luoghi della movida come deterrente.

    La lettera di Marco Pirozzo, diffusa da La Vardera, è un documento di grande impatto emotivo che va oltre il dolore personale e si trasforma in un atto d’accusa contro il silenzio delle istituzioni e la normalizzazione della violenza. Pirozzo descrive la sua difficile decisione di lasciare la Sicilia cinque anni prima per mancanza di opportunità, lasciando il fratello Massimo a prendersi cura dei genitori. La tragedia ha infranto questa fragile stabilità familiare, lasciando un vuoto incolmabile. L’amarezza di Pirozzo è acuita dall’assenza di vicinanza da parte delle autorità statali, un silenzio che percepisce come indifferenza.

    Pirozzo critica duramente le dichiarazioni dell’avvocato dell’imputato Calvaruso, che ha tentato di minimizzare l’intenzionalità dell’atto violento, descrivendo Palermo come una città dove la diffusione di armi clandestine è una realtà “normale”. Questa “normalizzazione” della violenza è, per Pirozzo, il sintomo di una guerra silenziosa che si combatte quotidianamente nelle strade italiane, una guerra ignorata dalle istituzioni più preoccupate di conflitti lontani.

    L’appello di Pirozzo si rivolge in particolare al Presidente Mattarella, anch’egli siciliano e vittima indiretta della violenza mafiosa, nella speranza che la sua esperienza personale possa renderlo più sensibile al dramma della famiglia. La richiesta è chiara: giustizia per le vittime e un intervento concreto dello Stato per garantire la sicurezza dei cittadini. La Vardera, facendosi portavoce di questo appello, ha espresso cordoglio anche alle famiglie delle altre vittime della strage, Salvo Turdo e Andrea Miceli, sottolineando l’urgenza di un’azione politica decisa per contrastare la violenza dilagante.

  • Svolta sull’omicidio di Piersanti Mattarella, svelati i nomi dei killer dopo 43 anni

    Svolta sull’omicidio di Piersanti Mattarella, svelati i nomi dei killer dopo 43 anni

    Quarantatré anni dopo l’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana e fratello dell’attuale Capo dello Stato Sergio Mattarella, le indagini subiscono una svolta decisiva. Due nuovi individui legati alla mafia sono stati indagati con l’accusa di essere i sicari materiali dell’esponente della Democrazia Cristiana, assassinato il 6 gennaio 1980 a Palermo. Come riportato dall’edizione di oggi di Repubblica, gli indagati sarebbero i killer che avrebbero ucciso Mattarella.

    Il contesto politico e le prime indagini

    Piersanti Mattarella, allievo di Aldo Moro, rappresentava una figura politica impegnata nel rinnovamento della Sicilia, lontana dagli stereotipi del notabile siciliano. Questo impegno gli costò la vita. Le sentenze passate in giudicato hanno condannato solo i mandanti, i vertici della Commissione di Cosa Nostra che deliberarono l’omicidio. Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, esponenti del terrorismo nero, furono inizialmente sospettati di essere gli esecutori materiali, ipotesi formulata dal giudice Giovanni Falcone, ma vennero poi definitivamente prosciolti. Nonostante ciò, Falcone ribadì sempre la matrice mafiosa del delitto, sottolineando la presenza di depistaggi e false informazioni nelle indagini. Il giudice ipotizzò anche la presenza di “mandanti esterni” oltre ai mafiosi.

    Il territorio del delitto e i possibili esecutori

    L’agguato avvenne nel territorio controllato dal boss mafioso Francesco Madonia, noto per i suoi legami con apparati istituzionali deviati. I testimoni non riconobbero mai nelle foto segnaletiche i sicari appartenenti alla “batteria della morte” di Madonia, come Prestifilippo, Lucchese, Inzerillo o Marino Mannoia.

    La dinamica dell’omicidio

    La mattina del 6 gennaio 1980, Piersanti Mattarella fu attaccato davanti alla sua abitazione nel centro di Palermo. Un giovane killer, appostato nei pressi del garage, esplose quattro colpi contro Mattarella, che era al volante della sua auto con la moglie Irma Chiazzese a fianco. L’arma, una Colt Cobra calibro 38 special, si inceppò. Il killer si fece quindi consegnare un revolver Smith & Wesson da un complice a bordo di una Fiat 127 e sparò altri quattro colpi, uccidendo Mattarella e ferendo la moglie. La Colt Cobra calibro 38 era la stessa arma utilizzata da Gilberto Cavallini per l’omicidio del magistrato Mario Amato a Roma, avvenuto il 23 giugno 1980. Questo elemento suggeriva un possibile collegamento tra i due delitti.

    I testimoni e il possibile coinvolgimento dei neofascisti

    Cinque testimoni descrissero il killer come un giovane di circa 25 anni, alto circa 1,70 m, corporatura robusta, capelli castani e occhiali da sole a specchio. La vedova di Mattarella contribuì alla realizzazione dell’identikit e riconobbe in Valerio Fioravanti, leader dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), una forte somiglianza con l’assassino, pur non avendo la certezza assoluta. Successivamente, la signora Chiazzese ricordò un particolare: l’andatura “ballonzolante” del killer. L’ipotesi di un’alleanza tra neofascisti e mafiosi per l’omicidio di un politico della DC aprì nuovi scenari investigativi.

    Nuove rivelazioni e il ruolo di Nino Madonia

    Alla fine degli anni ’90, il collaboratore di giustizia Francesco Di Carlo indicò Antonino “Nino” Madonia, figlio di Francesco, come l’esecutore materiale dell’omicidio. Di Carlo sottolineò la somiglianza fisica tra Nino Madonia e Valerio Fioravanti. Nino Madonia, figura di spicco all’interno di Cosa Nostra, era noto per i suoi legami con gli apparati deviati dei servizi segreti, ereditati dal padre, soprannominato “Ciccio Bomba” per il suo coinvolgimento in attentati dinamitardi. La famiglia Madonia era considerata il braccio armato della corrente più oscura dello Stato, eseguendo gli ordini dei servizi deviati. Il loro coinvolgimento in eventi come il fallito golpe Borghese e la strage di via D’Amelio rafforza l’ipotesi di una connessione con l’omicidio Mattarella.

    Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e le nuove indagini

    Francesco Marino Mannoia inquadrò subito il delitto Mattarella in un contesto politico-mafioso, mentre Tommaso Buscetta affermò che l’intera Commissione di Cosa Nostra era d’accordo sull’omicidio, ma nessuno voleva esporsi per primo. Giovanni Falcone, nel 1990, dichiarò che l’omicidio “presuppone un coacervo di convergenze di interessi di grandi dimensioni”. Le nuove indagini, coordinate dal procuratore di Palermo Maurizio de Lucia e dall’aggiunto Marzia Sabella, hanno raccolto nuove rivelazioni e riscontri, mantenuti sotto stretto riserbo, che rafforzano il quadro accusatorio nei confronti dei due nuovi indagati. Questi elementi potrebbero portare a un nuovo processo per l’omicidio Mattarella, a 45 anni di distanza dalla tragedia.

  • Guerra in Ucraina, Mattarella convoca il Consiglio Supremo di Difesa

    Guerra in Ucraina, Mattarella convoca il Consiglio Supremo di Difesa

    Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha convocato per le 16.30 di oggi il Consiglio Supremo di Difesa. La scelta è stata fatta subito dopo i primi attacchi sferrati dalla Russia nei confronti dell’Ucraina.

    Il Consiglio supremo di Difesa è l’organo preposto all’esame dei problemi generali politici e tecnici attinenti alla sicurezza e alla difesa nazionale. Come è noto, è presieduto dal capo dello Stato ed è composto dal presidente del Consiglio dei ministri, dai ministri per gli Affari esteri, dell’Interno, dell’Economia, della Difesa e dello Sviluppo economico e dal capo di stato maggiore della Difesa.

    Intanto questa mattina la riunione del Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica, convocata dal premier Mario Draghia Palazzo Chigi. Nella sede del governo sono arrivati il sottosegretario con delega alla sicurezza della Repubblica Franco Gabrielli e la direttrice generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza Elisabetta Belloni. Prendono parte alla riunione anche alcuni ministri della Repubblica tra cui il titolare della Difesa Lorenzo Guerini, dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, della Giustizia Marta Cartabia, dell’Economia Daniele Franco.