Tag: estorsione

  • Spaccate e cavalli di ritorno a Palermo e provincia, 7 arresti

    Spaccate e cavalli di ritorno a Palermo e provincia, 7 arresti

    Sette persone sono state colpite da misure cautelari a seguito di un’indagine condotta dalla Squadra Mobile di Palermo, coordinata dalla Procura di Termini Imerese. L’operazione ha portato all’arresto di cinque giovani, mentre altri due sono stati posti agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico. Le accuse a vario titolo includono furto aggravato, ricettazione, tentata estorsione e danneggiamento, commessi tra febbraio e marzo 2025 nella provincia di Palermo.

    Dei sette destinatari delle misure cautelari, uno risulta attualmente irreperibile. Gli altri sei, tutti gravitanti nell’area di Borgo Nuovo a Palermo, sono stati individuati e assicurati alla giustizia.

    L’indagine, supportata da intercettazioni, analisi dattiloscopiche, filmati di videosorveglianza, perquisizioni e sequestri, ha rivelato il coinvolgimento degli indagati in numerosi furti ai danni di esercizi commerciali, sia a Palermo che in provincia. La tecnica utilizzata era quella della “spaccata”, con l’impiego di veicoli rubati per sfondare le vetrine e accedere ai locali.

    Tra gli episodi contestati, emerge anche un caso di tentata estorsione con il metodo del “cavallo di ritorno”. N.N., uno degli indagati, avrebbe rubato un veicolo per poi chiedere un riscatto al proprietario in cambio della sua restituzione.

  • Operazione antimafia a Misilmeri, i NOMI degli arrestati

    Operazione antimafia a Misilmeri, i NOMI degli arrestati

    Quattro persone, di età compresa tra i 40 e i 62 anni, sono stati arrestati dai Carabinieri di Misilmeri con l’accusa di associazione mafiosa, tentata estorsione, violenza privata, favoreggiamento e illecita concorrenza. L’operazione segue l’operazione “Fenice” di ottobre 2022, che aveva inferto un duro colpo ai vertici della famiglia mafiosa locale. Due degli arrestati sono stati condotti in carcere, mentre gli altri due sono stati posti agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.

    Le indagini e le accuse

    Secondo le ricostruzioni degli inquirenti del Comando Provinciale dell’Arma, due dei quattro indagati apparterrebbero a Cosa Nostra. Le indagini hanno rivelato numerosi tentativi di estorsione ai danni di imprenditori locali. Alcuni degli indagati si sarebbero anche resi responsabili di atti di violenza privata e concorrenza sleale nei confronti di un venditore ambulante, con l’obiettivo di condizionarne l’attività economica e affermare il proprio controllo criminale sul territorio.

    Armi e controllo del territorio

    Dalle indagini è emerso che l’organizzazione mafiosa avrebbe avuto accesso ad armi da fuoco, utilizzate per imporre il proprio dominio nell’area di riferimento e commettere reati contro la persona. Tra i destinatari della misura cautelare figura un quarantenne palermitano indagato per favoreggiamento personale. L’uomo avrebbe agito da intermediario, consentendo al capo del mandamento di Misilmeri-Belmonte di impartire direttive e organizzare incontri riservati per discutere questioni associative ed eludere le indagini dei Carabinieri.

    I nomi degli arrestati

    Il Gip Walter Turturici ha disposto la custodia cautelare in carcere per Melchiorre Badagliacco, detto Antonino, 52 anni, nato a Palermo, e Salvatore Baiamonte, 53 anni. Giuseppe Gigliotta, detto Giusto, 61 anni, di Misilmeri, e Giuseppe Carmicino, detto Fabio, 40 anni, nato a Palermo, sono stati invece posti agli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.

  • Estorsioni a Misilmeri, piovono condanne

    Estorsioni a Misilmeri, piovono condanne

    La Corte d’Appello di Palermo ha emesso la sentenza nel processo contro il clan Sciarabba, accusato di estorsione ai danni di imprenditori locali. Cosimo Sciarabba, figlio del boss Salvatore, è stato condannato a 13 anni e 4 mesi di reclusione. Alessandro Ravesi, suo stretto collaboratore, ha ricevuto una pena più severa, pari a 17 anni. Salvatore Baiamonte è stato condannato a 10 anni e 4 mesi. Un quarto imputato, Benedetto Badalamenti, è deceduto nel corso del procedimento giudiziario.

    Imprenditori coraggiosi e l’azione di Addiopizzo

    Le accuse a carico degli imputati si fondavano su richieste di pizzo rivolte a diversi imprenditori del territorio. Alcuni di questi, supportati dall’associazione antiracket Addiopizzo, hanno trovato il coraggio di denunciare le estorsioni, costituendosi parte civile nel processo. Questa collaborazione tra cittadini e forze dell’ordine si è rivelata fondamentale per l’esito dell’inchiesta.

    Un’indagine multiforme: dalle denunce alle intercettazioni

    L’attività investigativa, condotta dai Carabinieri della Compagnia di Misilmeri e del Comando Provinciale, ha potuto contare su una solida base probatoria. Alle denunce delle vittime si sono aggiunte le tradizionali tecniche investigative: perquisizioni, sequestri, analisi dei tabulati telefonici e delle celle di posizione, intercettazioni ambientali e telefoniche, nonché l’esame delle immagini registrate dalle videocamere di sorveglianza presenti nella zona. Cruciale si è rivelato anche il contributo delle dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia.

    Il video dell’estorsione: una prova schiacciante

    Un elemento di particolare rilievo nell’impianto accusatorio è rappresentato da una registrazione video effettuata con un telefono cellulare da uno degli imprenditori taglieggiati. L’uomo, dopo essere stato avvicinato per la richiesta della cosiddetta “messa a posto”, è riuscito a filmare alcuni momenti della trattativa estorsiva, documentando la richiesta esplicita di denaro. Questo filmato ha costituito una prova inconfutabile per l’accusa.

    L’impianto GPL di Portella di Mare: il centro dell’inchiesta

    L’episodio centrale dell’indagine ruota attorno alla richiesta di denaro rivolta a un’impresa impegnata nella realizzazione di un impianto di distribuzione GPL a Portella di Mare, frazione di Misilmeri. Gli investigatori hanno notato la presenza nel cantiere di un nuovo escavatore, acquistato per 140.000 euro, un dettaglio che potrebbe aver attirato l’attenzione del clan.

    Dalla foto al colpevole: l’intuizione degli investigatori

    I Carabinieri sono riusciti a identificare l’emissario del clan grazie a una fotografia scattata di nascosto con un cellulare. Dall’immagine del motorino utilizzato dall’uomo, gli inquirenti sono risaliti alla targa del veicolo e, tramite la Motorizzazione Civile, al proprietario dell’Honda SH 300. Il confronto dei dati anagrafici con il profilo Facebook del sospettato ha permesso di confermare la sua identità, incastrando non solo lui, ma anche i vertici dell’organizzazione criminale. Le registrazioni dell’incontro in cui veniva chiesto il pizzo, effettuate dall’imprenditore con il proprio cellulare, hanno completato il quadro probatorio.

  • Mafia del Palermitano, chiesti 230 anni di carcere

    Mafia del Palermitano, chiesti 230 anni di carcere

    La Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo ha richiesto pene severe per 21 imputati, accusati di far parte del mandamento mafioso di Trabia. Le richieste di condanna, che ammontano complessivamente a 230 anni di carcere, giungono al termine dell’operazione “Il Padrino”, condotta dai Carabinieri nel marzo 2024. L’inchiesta ha interessato diversi comuni del palermitano, tra cui Termini Imerese, Caccamo, Trabia, Vicari e Cerda-Sciara.

    I Pubblici Ministeri Bruno Brucoli ed Eugenio Faletra hanno formulato le richieste di condanna sulla base di una serie di gravi accuse, tra cui associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento seguito da incendio, lesioni personali, minacce, detenzione e porto illegale di armi da fuoco, trasferimento fraudolento di valori, furto in abitazione, favoreggiamento personale e turbata libertà degli incanti, tutti aggravati dal metodo mafioso. Le pene richieste variano da 1 anno e due mesi a 48 anni di reclusione. Tra gli imputati con le richieste di condanna più elevate figurano Massimo Andolina (48 anni), Biagio Esposito Sumadele (16 anni), Giuseppe Galbo (16 anni), Salvatore Macaluso (16 anni), Luigi Antonio Piraino (16 anni e 4 mesi), Calogero Sinagra (16 anni) e Carmelo Umina (18 anni).

    L’Operazione “Il Padrino” e le indagini

    L’operazione “Il Padrino” ha permesso di ricostruire le attività illecite del mandamento mafioso di Trabia e delle sue famiglie, individuando ruoli e responsabilità all’interno dell’organizzazione. Le indagini hanno portato alla luce numerose estorsioni ai danni di commercianti e imprenditori, costretti a sottostare alle richieste dei clan. Un episodio emblematico riguarda il titolare di uno stabilimento balneare che, dopo essersi ribellato al racket, ha subito un incendio doloso. L’imprenditore, supportato dall’associazione antiracket Addiopizzo, ha poi potuto riaprire la sua attività grazie alla solidarietà di altri imprenditori e commercianti.

  • Operazione antimafia a Palermo: volevano ricostruire i clan I NOMI

    Operazione antimafia a Palermo: volevano ricostruire i clan I NOMI

    Un’operazione congiunta della Squadra Mobile di Palermo e del Servizio Centrale Operativo (SCO) ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) di Palermo. Diciannove gli indagati coinvolti, diciassette dei quali destinatari di custodia cautelare in carcere e due agli arresti domiciliari. Le accuse, a vario titolo, comprendono associazione di stampo mafioso, estorsione aggravata, intestazione fittizia di beni e altri reati connessi.

    Il contesto investigativo

    L’operazione si inserisce in un’indagine più ampia coordinata dalla DDA di Palermo, guidata dal Procuratore Maurizio de Lucia, che si concentra sul mandamento mafioso Uditore-Passo di Rigano. L’attività investigativa ha rivelato il tentativo di alcuni boss mafiosi, in particolare esponenti dell’ala corleonese di Cosa Nostra, di riconsolidare il proprio potere dopo aver scontato periodi di detenzione.

    La strategia criminale

    L’obiettivo principale dei boss mafiosi era quello di riaffermare il controllo sul territorio, gestendo le attività produttive, in particolare nel settore edile, all’interno del mandamento Uditore-Passo di Rigano. Questa strategia mirava a garantire vantaggi economici illeciti attraverso l’infiltrazione nel tessuto economico locale.

    Figure chiave dell’operazione

    Tra i principali indagati figura Franco Bonura, un boss mafioso che, dopo il suo rilascio dal carcere, avrebbe svolto un ruolo attivo nella riorganizzazione della rete criminale. L’obiettivo di Bonura era quello di riaffermare la propria autorità e influenza, condividendo i profitti derivanti dalle attività imprenditoriali controllate dall’organizzazione. Insieme a Bonura, sono stati arrestati anche Agostino Sansone e Girolamo Buscemi, tutti nomi noti alle cronache giudiziarie legate a Cosa Nostra.

    Collegamenti con politica e imprenditoria

    L’inchiesta, coordinata dal Procuratore de Lucia, dall’Aggiunto Marzia Sabella e dal Sostituto Procuratore Giovanni Antoci, ha documentato incontri tra gli indagati e esponenti del mondo politico e imprenditoriale siciliano. Questi incontri, finalizzati a stringere e consolidare relazioni, si sarebbero svolti in locali pubblici e in un fondo agricolo situato nell’area di Passo di Rigano.

    Il sequestro della discoteca Notr3

    Tra i beni sequestrati nell’ambito dell’operazione figura anche la discoteca Notr3, teatro dell’omicidio di Lino Celesia avvenuto due anni fa a seguito di una lite. Secondo gli inquirenti, il locale sarebbe riconducibile ad Agostino Sansone. Questo sequestro rappresenta un ulteriore colpo alle attività economiche controllate dall’organizzazione mafiosa.

  • Estorsioni dalla figlia e disperazione: un padre si toglie la vita a Palermo

    Estorsioni dalla figlia e disperazione: un padre si toglie la vita a Palermo

    Minacce e ricatti al padre per soldi, lui si suicida

    Una vicenda agghiacciante scuote Palermo. Un uomo di 48 anni, G.M., si è tolto la vita a seguito delle presunte pressioni psicologiche e richieste estorsive della figlia sedicenne e del suo fidanzato diciassettenne. L’inchiesta, condotta dalla Procura del tribunale per i minorenni guidata da Claudia Caramanna, ha portato all’accusa di estorsione aggravata e istigazione al suicidio in concorso per entrambi i giovani.

    Un piano premeditato per ottenere denaro

    Secondo gli inquirenti, tra dicembre 2023 e marzo 2024, i due ragazzi avrebbero orchestrato un piano per estorcere denaro a G.M. Sfruttando il legame affettivo tra padre e figlia, avrebbero formulato richieste di denaro con minacce di violenze fisiche, umiliazioni pubbliche e ripercussioni sociali. I messaggi WhatsApp scambiati tra i due ragazzi, acquisiti dagli investigatori, proverebbero la premeditazione e la natura delle minacce.

    Fragilità emotiva e disperazione

    Le minacce non si limitavano alla sfera economica. La figlia avrebbe minacciato di abbandonare la scuola, prospettando l’intervento dei servizi sociali e la perdita della figlia per G.M. Inoltre, la coppia avrebbe usato frasi violente come “Ti prendiamo a legnate” e “Ti spariamo”, minacciando anche calunnie e false accuse di violenza sessuale. La giovane avrebbe anche rivelato una gravidanza, chiedendo supporto economico al padre con la minaccia di togliersi la vita insieme al bambino.

    Conseguenze devastanti e procedimento giudiziario

    Schiacciato dalle continue pressioni e dalle difficoltà economiche, G.M. si è tolto la vita. La tragedia ha avuto ripercussioni devastanti anche sulla madre dell’uomo, parte offesa nel procedimento. L’udienza preliminare è fissata per il 26 marzo davanti al Gup Nicola Aiello. La ragazza è attualmente in una comunità a Catania, difesa dagli avvocati Rosa Maria Salemi e Rosalia Zarcone, mentre il ragazzo, assistito dall’avvocato Salvatore Ferrante, è detenuto al carcere Malaspina. I due giovani, pur essendo maggiorenni al momento del processo, rispondono alla giustizia minorile.

  • Mafia, fugge dalla Sicilia e si rifugia ad Hammamet: arrestato

    Mafia, fugge dalla Sicilia e si rifugia ad Hammamet: arrestato

    Nella giornata di lunedì 5 agosto è stato tratto in arresto, ad Hammamet (Tunisia), Angelo Salvatore Stracuzzi destinatario, in Italia, di misura cautelare personale in carcere, in ordine ai reati di trasferimento fraudolento di valori, nonché di turbata libertà degli incanti ed estorsione, aggravati dal metodo mafioso. L’operazione è stata condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Palermo (G.I.C.O.), sotto la direzione della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, attraverso il canale di cooperazione internazionale INTERPOL.

    Angelo Salvatore Stracuzzi, in passato, è stato già colpito da sequestro di prevenzione patrimoniale e dalla misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza, perché ritenuto contiguo a Cosa Nostra agrigentina. In tale contesto, in particolare, era emerso un ruolo attivo dello stesso in seno ad una realtà imprenditoriale organica all’articolazione mafiosa di Licata. Il provvedimento cautelare cui ora è stata data esecuzione era stato emesso dal Tribunale di Palermo in relazione ad alcuni episodi di estorsione ai danni di imprenditori dell’agrigentino, finalizzati ad accaparrarsi fabbricati e terreni oggetto di aste giudiziarie.

    Da tempo, il ricercato aveva fatto perdere le sue tracce sul territorio nazionale.La cattura è avvenuta ad opera della Brigade Criminelle della Polizia tunisina, nel quadro di un’azione sviluppata in costante raccordo con il menzionato Nucleo PEF, all’esito di più giorni di intensa attività in Italia e nel Paese estero.

  • Blitz antimafia a Sciacca, sette arresti per infiltrazioni negli appalti I NOMI

    Blitz antimafia a Sciacca, sette arresti per infiltrazioni negli appalti I NOMI

    Blitz all’alba della Guardia di Finanza di Palermo che ha eseguito due ordinanze di custodia cautelare nei confronti di 7 presunti affiliati alla famiglia mafiosa di Sciacca, in provincia di Agrigento. Cinque le misure in carcere e due gli arresti domiciliari nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo.

    Le accuse nei confronti degli arrestati sono pesantissime: associazione di stampo mafioso, estorsione, usura, corruzione e illecita concorrenza aggravati dal metodo mafioso, scambio elettorale politico-mafioso e traffico illecito di rifiuti. Oltre 100 i finanzieri impiegati tra Palermo e Agrigento per eseguire gli arresti e perquisire abitazioni e aziende collegate agli indagati.

    Secondo quanto ricostruito dalle Fiamme Gialle, la famiglia mafiosa di Sciacca esercitava un controllo capillare sul territorio, infiltrandosi nell’economia legale e condizionando in particolare i settori edile e del movimento terra, legati alla realizzazione di opere pubbliche. Attraverso estorsioni, atti di illecita concorrenza e usura si imponeva sulle imprese locali, taglieggiando gli imprenditori estranei al sistema criminale.

    Un controllo ferreo che ha visto una lunga faida interna per la leadership, terminata solo alla fine del 2021 con la morte del boss Salvatore Di Gangi, storico esponente di Cosa Nostra. Al suo posto è subentrato un altro affiliato di lunga data, esperto nel settore degli appalti pubblici e già condannato in passato per mafia. La sua ascesa ha segnato la fine dei dissidi interni e il ritorno a una gestione unitaria degli affari illeciti.

    Gli investigatori hanno documentato diversi casi di condizionamento di gare pubbliche, in particolare per la realizzazione del depuratore cittadino, il rifacimento della rete fognaria, l’area portuale e un asilo. Le imprese vincitrici venivano sostituite di fatto da società riferibili al clan, che gestivano forniture e subappalti imponendo il pizzo sulle commesse.

    Un sistema consolidato che ha visto anche il coinvolgimento della politica locale. Tra gli arrestati c’è anche un pubblico ufficiale accusato di corruzione e falso per aver agevolato l’aggiudicazione di alcuni appalti in cambio di lavori edili gratuiti nella sua abitazione. In vista delle elezioni del 2022, il nuovo boss mafioso avrebbe incontrato un candidato al Consiglio Comunale per garantirgli il sostegno elettorale in cambio di futuri favori. Un chiaro esempio di scambio politico-mafioso secondo gli inquirenti.

    I nomi degli arrestati a Sciacca

    Il gip di Palermo Fabio Pilato ha disposto gli arresti in carcere per Domenico Friscia di Sciacca 61 anni, indagato per associazione di tipo mafioso e scambio elettorale politico mafioso; Domenico Maniscalco, 59 anni di Sciacca indagato per associazione di tipo mafioso, usura aggravata, estorsione aggravata, illecita concorrenza con minaccia o violenza aggravata, traffico illecito di rifiuti; Giuseppe Marciante, 37 anni di Agrigento, indagato per associazione di tipo mafioso e corruzione aggravata; Michele Russo 45 anni di Sciacca (AG) – indagato per associazione di tipo mafioso; Maurizio Costa, 64 anni di Agrigento, indagato per corruzione e falso in atto pubblico. Ai domiciliari sono finiti Rosario Catanzaro, 55 anni di Sciacca, indagato per scambio elettorale politico mafioso; e Vittorio Di Natale, 49 anni di Sciacca, indagato per scambio elettorale politico mafioso.

  • Messina Denaro in udienza per estorsione, nessuna ammissione

    Messina Denaro in udienza per estorsione, nessuna ammissione

    Matteo Messina Denaro ha affrontato i magistrati per la seconda volta dal giorno della sua cattura. Stavolta gli è stata presentata una lunga lista di gravi reati di cui è accusato.

    Questa volta, il boss di Castelvetrano, ex capo di Cosa nostra, è stato interrogato dal presidente della sezione gip di Palermo, Alfredo Montalto, in merito ad una tentata estorsione che si sarebbe verificata nel 2013 e che è ancora da definire. Messina Denaro è stato accusato dopo che alcuni appunti compromettenti sono stati trovati in possesso di due suoi presunti complici originari di Campobello di Mazara.

    In collegamento video dalla sala delle udienze del carcere dell’Aquila, dove è stato rinchiuso dal 16 gennaio, Messina Denaro ha risposto alle domande del presidente Montalto e dei sostituti procuratori della Dda di Palermo, Giovanni Antoci e Gianluca De Leo. Era presente anche il suo avvocato Lorenza Guttadauro.

    Messina Denaro ha preso atto delle contestazioni e avrebbe seguito il cliché del primo faccia a faccia con i magistrati di lunedì 13 febbraio, quello con il procuratore Maurizio de Lucia e l’aggiunto Paolo Guido che ha coordinato le indagini che hanno portato dopo trenta anni di latitanza alla cattura del capomafia di Castelvetrano: nessuna ammissione di colpevolezza.