Tag: confisca

  • Dall’impresa funebre alla villa a Carini, beni confiscati al boss palermitano

    Dall’impresa funebre alla villa a Carini, beni confiscati al boss palermitano

    Un’imponente operazione delle forze dell’ordine ha portato alla confisca di beni per un valore di circa 700 mila euro a Francesco Di Filippo, 47 anni, figura di spicco del mandamento mafioso della Noce a Palermo. Il provvedimento, emesso dalla sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo su proposta della Procura e del Questore, colpisce un patrimonio accumulato illecitamente, frutto delle attività criminali di Di Filippo.

    Le attività sequestrate

    L’elenco dei beni confiscati è lungo e variegato: una comunità alloggio per anziani, un’impresa funebre, un’attività di rivendita di caffè, un furgone, una quota di una villa a Carini, un’imbarcazione e ben 19 rapporti finanziari. Questi beni, secondo gli inquirenti, rappresentano il frutto delle attività illecite di Di Filippo e testimoniano la sua influenza nel tessuto economico locale.

    Il ruolo di Di Filippo nel mandamento mafioso della Noce

    Di Filippo era stato arrestato nel 2019 nell’ambito dell’operazione “New Connection”, condotta dalla Squadra Mobile di Palermo. Nel 2021, è stato condannato in primo grado a 10 anni e 8 mesi per associazione mafiosa ed estorsione aggravata. L’operazione “Padronanza” del 2020 ha ulteriormente confermato il suo ruolo di rilievo all’interno del mandamento della Noce, in particolare nella famiglia mafiosa di Cruillas.

    L’incongruenza tra redditi dichiarati e patrimonio accumulato

    Le indagini patrimoniali condotte dalla Polizia hanno evidenziato una palese sproporzione tra i redditi dichiarati da Di Filippo e il patrimonio accumulato nel tempo. Questa “inconsistenza reddituale pressoché assoluta”, come definita dagli inquirenti, ha costituito un elemento fondamentale per il provvedimento di confisca. L’acquisto di beni immobili e mobili, l’avvio di diverse attività imprenditoriali, tutto ciò in un contesto di accertata pericolosità sociale, ha rafforzato i sospetti degli investigatori. Le indagini “New Connection” e “Padronanza” hanno fornito ulteriori prove a supporto del provvedimento, dimostrando la pericolosità sociale di Di Filippo e la sua capacità di infiltrarsi nel tessuto economico legale. La confisca dei beni rappresenta un duro colpo alle attività del mandamento mafioso della Noce e un segnale forte della lotta dello Stato contro la criminalità organizzata.

  • Palermo, Bar Chantilly 2 viene confiscato e se lo prendono in gestione i 9 ex dipendenti

    Palermo, Bar Chantilly 2 viene confiscato e se lo prendono in gestione i 9 ex dipendenti

    Palermo – Da quando la pasticceria è stata confiscata, i lavoratori avevano un sogno: gestire in proprio l’azienda dove avevano per tanti anni lavorato. Adesso il sogno, per 9 ex lavoratori di Chantilly 2, il bar di viale Strasburgo sequestrato nel 2019 e poi confiscato nel febbraio 2021 all’imprenditore Michele Giandalone, diventa realtà, con la costituzione di una cooperativa.

    Nasce “Noi Legal”, la cooperativa che gestirà “Articolo 48”

    La coop, appena nata, si chiama “Noi Legal” e la nuova insegna del bar che prende il posto di Chantilly 2 sarà “Articolo 48”. I lavoratori, che in questi anni hanno proseguito l’attività con l’amministrazione giudiziaria, hanno voluto rendere riconoscibile il loro impegno per la legalità adottando per il nuovo locale un nome ispirato all’articolo del codice antimafia sulla riconversione dei beni sottratti alla criminalità organizzata. Proprio grazie all’ art. 48 i lavoratori riuniti in cooperativa possono essere destinatari a titolo gratuito di aziende confiscate e proveranno ad accedere ai fondi del Mise previsti.

    Il supporto di Filcams Cgil e Confcooperative

    La Filcams Cgil Palermo ha sostenuto sin dal sequestro la vertenza dei lavoratori e li ha seguiti nel progetto della cooperativa con Confcooperative, supportandoli anche per la parte imprenditoriale. Il progetto, nato dalla tenacia dei lavoratori, è stato valutato e giudicato sostenibile economicamente.

    La soddisfazione dei sindacati

    “I lavoratori hanno creduto in questa scommessa di legalità e sono riusciti nel loro intento. Dopo tanti sacrifici fatti e periodi complicati, in cui hanno assicurato sempre la loro opera con grande professionalità, sono riusciti a rimanere saldi al loro posto di lavoro, senza mai desistere e potranno continuare il mestiere che sanno fare e che amano”, affermano per la Filcams Cgil Palermo il segretario generale Giuseppe Aiello e la segretaria Alessia Gatto e per Confocooperative il presidente di Palermo Cesare Arangio e Rosa Laplena, responsabile beni confiscati Confcooperative Sicilia.

    Un risultato importante per l’occupazione

    “C’è un grande senso di soddisfazione sia da parte della Filcams Cgil che per Confcooperative – aggiungono Aiello, Gatto, Arangio e Laplena- E’ un risultato non da poco quando un bene sottratto alla criminalità organizzata e passato allo Stato dà certezze ai lavoratori dal punto di vista occupazionale. La destinazione dell’azienda confiscata Chantylli alla cooperativa del lavoratori è stata possibile grazie al dialogo costruttivo e fortemente sinergico che si è creato con l’ istituzioni preposte”.

    Ringraziamenti alle istituzioni

    Filcams Cgil e Confcooperative esprimono ringraziamenti al prefetto di Palermo Massimo Mariani, che ha voluto creare un apposito tavolo tecnico che ha permesso di tracciare un percorso condiviso e al viceprefetto Pietro Barbera, che ha coordinato i lavori del tavolo. E ancora all’ Agenzia nazionale dei Beni Confiscati e al suo direttore, prefetto Maria Rosa Laganà, e all’ amministratore giudiziario Alessandro Virgara, per il grande supporto e il confronto fornito.

    Un esempio virtuoso di legalità

    “Non sempre si riescono a salvare i posti di lavoro ma oggi si è scritta una pagina nuova – chiosano Giuseppe Aiello e Cesare Arangi – Il modello di concertazione tra istituzioni e i soggetti privati, rappresentanti di interessi collettivi, è risultato vincente. I dipendenti di Chantilly, durante la gestione dell’amministrazione giudiziaria, sono stati tutti quanti stabilizzati, con l’ausilio delle organizzazioni sindacali, ristabilendo la legalità. C’erano lavoratori sotto inquadrati, in grigio, in nero, lavoro irregolare e il mancato rispetto del ccnl era normalità. Confcooperative ha curato la formazione dei futuri soci e il piano industriale per creare i cooperatori e rendere sostenibile il progetto imprenditoriale. Si tratta di un esempio virtuoso di un processo di emersione alla legalità, che consegna un risultato alla società e a tutta la collettività”.

    Riapertura del locale tra primavera ed estate

    Il locale è rimasto chiuso dall’estate per lavori di ristrutturazione, che verranno presto ultimati per consentire con la cooperativa il rilancio dell’attività tra primavera e estate.

  • Colpo alla mafia di Palermo, confiscati beni per 4 milioni

    Colpo alla mafia di Palermo, confiscati beni per 4 milioni

    La Corte d’Appello di Palermo ha emesso un provvedimento di confisca definitivo nei confronti degli eredi di un uomo legato al mandamento mafioso di Resuttana, deceduto dopo essere stato oggetto di indagini da parte della Guardia di Finanza.

    L’indagine “Apocalisse” e il sequestro iniziale

    L’operazione, denominata “Apocalisse”, condotta dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza tra il 2014 e il 2015, si è concentrata sulle attività economico-patrimoniali del soggetto, fratello di un esponente di vertice del mandamento mafioso di Resuttana. Le indagini miravano a verificare il tenore di vita dell’uomo e a individuare eventuali beni e risorse finanziarie di provenienza illecita. A seguito di queste verifiche, nel 2019, era stata proposta e ottenuta una misura di prevenzione patrimoniale nei confronti degli eredi, con il sequestro di immobili, conti correnti e società.

    Il coinvolgimento nelle dinamiche mafiose

    Le indagini hanno evidenziato la stretta relazione tra i due fratelli e il loro coinvolgimento nelle attività criminali del mandamento mafioso di Resuttana, compresa la loro vicinanza ai vertici storici dell’organizzazione. Nonostante i tentativi del soggetto, poi deceduto, di occultare i suoi legami con la mafia e il supporto fornito all’organizzazione, le indagini hanno dimostrato il suo ruolo attivo nelle dinamiche mafiose, dalle quali aveva tratto profitto accumulando un ingente patrimonio mobiliare e immobiliare.

    Il reimpiego di denaro illecito

    Gli investigatori hanno documentato un continuo flusso di denaro tra gli eredi, finalizzato al reimpiego di proventi illeciti e all’occultamento della loro origine criminale. Questo reimpiego, aggravato dall’utilizzo di attività imprenditoriali per agevolare l’associazione mafiosa, ha contribuito a consolidare il quadro accusatorio.

    Le misure cautelari e le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia

    Nel corso degli anni, l’uomo era stato destinatario di due ordinanze di custodia cautelare per associazione di stampo mafioso. La sua appartenenza all’organizzazione criminale è stata ulteriormente confermata dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, che hanno fornito dettagli sul suo ruolo e sulle sue attività illecite.

    La confisca definitiva dopo il ricorso

    Il sequestro del 2019, disposto dal Tribunale di Palermo – Sezione Misure di Prevenzione, è stato oggetto di un ricorso presentato dalla difesa degli eredi, che ha ottenuto il dissequestro di alcuni beni. Tuttavia, la Corte d’Appello di Palermo ha ora emesso una confisca definitiva, ponendo fine alla vicenda giudiziaria. La confisca riguarda il capitale sociale di tre società edili, 26 immobili tra le province di Palermo e Udine (per un valore di circa 4 milioni di euro) e 16 conti correnti (per un valore di circa 200 mila euro).

  • Colpo a cosa nostra: confiscati beni per 8 milioni

    Colpo a cosa nostra: confiscati beni per 8 milioni

    Beni per 8 milioni di euro sono stati confiscati a Felice Cannata, esponente della criminalità organizzata Ennese, già condannato, con sentenza irrevocabile dell’11 novembre 2015, per associazione mafiosa per la sua appartenenza alla ‘famiglia’ mafiosa di Pietraperzia.

    Il provvedimento, emesso dalla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Enna, su richiesta della Dda di Caltanissetta, è stato eseguito dalla Guardia di finanza Nissena.

    Cannata, che, secondo l’accusa, nel tempo si è occupato di reimpiegare capitali di illecita provenienza in attività produttive del nord Italia, in particolare nei settori della compravendita di autovetture di grossa cilindrata, è stato coinvolto nell’ambito dell’operazione Triskelion del Gico della Guardia di finanza di Caltanissetta, per cui è stato poi condannato definitivamente.

    Militari del Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria di Caltanissetta, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia Nissena, hanno eseguito una mirata indagine patrimoniale nei confronti del Cannata partire dal 2000 in poi sfociata nel sequestro nel 2018 dei de beni oggi confiscati che sono: un’azienda agricola nell’Ennese; 77 terreni ubicati in territorio Nisseno ed Ennese; 11 fabbricati tra Caltanissetta, Pietraperzia (EN), Pozzuolo Martesana (MI) e Inzago (MI); e rapporti finanziari e beni mobili registrati.

  • Boss al 41bis gestiva le sue imprese, fermata famiglia siciliana

    Boss al 41bis gestiva le sue imprese, fermata famiglia siciliana

    La Direzione investigativa antimafia sta eseguendo nel territorio della provincia di Messina un’ordinanza di misure cautelari nei confronti di sei componenti il nucleo familiare di un esponente del clan mafioso dei «barcellonesi», indagati del reato di intestazione fittizia aggravata dal metodo mafioso.

    Moglie e figlio del boss arrestati, altri familiari sottoposti a obblighi di presentazione

    Moglie e figlio del boss sono stati messi agli arresti domiciliari, mentre alla figlia, alla nuora e al padre sono stati imposti gli obblighi di presentazione.

    Analisi della documentazione e dei flussi finanziari delle imprese

    A loro gli investigatori sono arrivati, spiega la Dia, analizzando la documentazione amministrativa e dei flussi finanziari delle imprese: ne è emersa una strategia, coordinata dal boss, che era riuscita a radunare le imprese in confisca a un terzo soggetto prestanome.

    Il boss dava “puntuali indicazioni” ai familiari

    Il boss, spiegano gli investigatori, dava «puntuali indicazioni ai propri familiari in merito al personale da assumere ed ai ruoli da svolgere, all’individuazione dei fornitori, ai rapporti con la clientela ed alla cura dei locali adibiti a sala ricevimento, giungendo persino ad interloquire sui compensi dei dipendenti. La costituzione ad hoc di una società pulita, ha consentito ai familiari» del mafioso «di rientrare nel pieno possesso delle imprese».